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Mag 18, 2026 Scritto da 
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Pentecoste

Pentecoste (anno A)

 

(1Cor 12,3b-7.12-13)

 

1Corinzi 12:3 ...così nessuno può dire «Gesù è Signore» se non sotto l'azione dello Spirito Santo.

1Corinzi 12:4 Vi sono poi diversità di carismi, ma uno solo è lo Spirito;

1Corinzi 12:5 vi sono diversità di ministeri, ma uno solo è il Signore;

1Corinzi 12:6 vi sono diversità di operazioni, ma uno solo è Dio, che opera tutto in tutti.

1Corinzi 12:7 E a ciascuno è data una manifestazione particolare dello Spirito per l'utilità comune:

 

Tutti coloro che non sono sotto la guida dello Spirito Santo altro non sanno fare che lasciarsi muovere e trascinare dagli impulsi. Lo Spirito Santo, invece, porta alla vera confessione di chi è Gesù. Chi è nello Spirito vede ogni cosa secondo verità. Se non vede secondo verità egli non è nello Spirito. Pertanto, chi è nello Spirito Santo non può dire una falsità su Cristo. Parimenti, nessuno può proferire la verità su Cristo se non sotto l'azione dello Spirito Santo. Quindi ogni spirito che non ci porta ad amare Gesù non è un buono spirito, qualunque sia la manifestazione che ha. Se non ci porta ad amare Gesù è dal diavolo. Ogni spirito che non porta ad amare Cristo, porta alla perdizione.

Or vi è diversità di doni, ma v'è un medesimo Spirito. E vi è diversità di ministeri, ma non v'è che un medesimo Signore. E vi è varietà di operazioni, ma non v'è che un medesimo Iddio, il quale opera tutte le cose in tutti” (vv. 4-6). Si parla tre volte di diversità e tre volte di unità. L’unità è attribuita allo Spirito che è lo Spirito Santo, al Signore che è Gesù, e a Dio che è il Padre. Praticamente la Trinità fa da sottofondo alla nostra diversità e unità, perché la Trinità è il primo luogo della diversità e unità. La diversità è necessaria alla relazione, all’amore. La diversità, nell’amore diventa unità. Siccome Dio è amore, allora l’amore necessita della diversità; e la diversità è il luogo stesso dell’unione, mentre per noi, generalmente, la diversità è il luogo del litigio, perché non accettiamo la diversità. Oggi si cerca di abolire la diversità. C’è unità nella non identità, nella distruzione della persona.

“C’è diversità di doni, ma vi è un medesimo Spirito”. Qui abbiamo la parola charismatōn. Deriva dalla stessa radice del termine “grazia” - charis - significa “manifestazioni della grazia” e dunque “doni”. Il carisma in sé è una particolare grazia attraverso la quale noi possiamo manifestare al mondo la ricchezza di Dio. Il carisma è grazia perché dato gratuitamente all’uomo. Nessuno può farsene un vanto personale, proprio in quanto carisma, cioè grazia concessa.

Affermata questa prima verità, Paolo ne afferma subito un’altra. Se i carismi sono tanti, uno solo però è il suo Autore: lo Spirito Santo di Dio. Perché Paolo tiene a precisare questa verità? I pagani credevano che le diverse doti di una persona dovessero attribuirsi a diversi dèi, l'uno dei quali dava la sapienza, l'altro la forza, ecc. Affinché i cristiani non pensassero che qualcosa di analogo avvenisse per i diversi doni loro dati, l'apostolo li avvisa che, benché i doni siano diversi, uno però è lo Spirito da cui procedono. Inoltre, dicendo che è lo Spirito l’unica fonte della grazia che è in noi, vuole invitare i Corinzi a riconoscere la Signoria di Dio in ogni opera che Lui compie per nostro mezzo.

“Vi è diversità di ministeri”. Ministeri, diakoniōn, vuol dire: diaconie, servizi. Quindi introduce un altro concetto: ogni carisma, ogni dono che abbiamo è un servizio per gli altri.

“Non v’è che un medesimo Signore”. Tutti questi servizi sono stabiliti e regolati dalla volontà suprema dell’unico capo della Chiesa: il Signore Gesù. Quindi ogni nostro servizio trova la sua origine in Gesù, che si è fatto servo di tutti; e ogni dono trova il modello in Gesù.

“E vi è varietà di operazioni”. Il termine “operazioni” traduce il termine energēmàtōn, che deriva dalla parola normalmente usata per indicare “opera”. Anche le opere che facciamo per il servizio del Regno di Dio devono essere ricondotte a Dio Padre Onnipotente, il quale dall’alto dei cieli fortifica la nostra volontà, infonde energia e vigore al corpo perché si possa operare secondo Dio. È Dio che suscita il volere e l’operare.

“Ma non v’è che un medesimo Iddio”. Per la terza volta Paolo asserisce che non vi possono essere divisioni fra gli uomini in base ai “doni”, perché è lo stesso Dio che elargisce i doni in tutta la loro diversità. E appunto perché tutti i doni procedono da Dio, non possono essere diretti che ad un fine degno di Dio. Ogni uomo è uno strumento nelle mani di Dio. Se Dio usa uno strumento per una cosa e un altro strumento per un’altra cosa, forse che lo strumento può entrare in gelosia, può comportarsi con invidia, può dire al Signore perché usi me e non l’altro, oppure perché usi l’altro e non me?

Se Dio ha disposto che uno eserciti un ministero con un carisma particolare e un altro agisca secondo un altro ministero e con un carisma altrettanto differente, chi è l’uomo perché possa dire a Dio: perché mi hai fatto così e perché mi hai fatto in modo differente dagli altri? Se è Dio che opera in noi, allora è giusto pregare il Signore che agisca in noi secondo il dono di cui ci ha arricchiti, ma anche che dia vigore al dono con cui ha arricchito gli altri.

In questi versetti abbiamo l’impalcatura profonda della struttura di una vita comunitaria e anche di coppia, cioè la diversità e l’unità. Che non sono un’insidia l’una all’altra, ma sono necessarie l’una all’altra, se no, è impossibile vivere. Il discorso è molto grande perché vale sia al livello strettamente personale, sia a livello sociale. Sono valori di fondo nei quali è in gioco il destino dell’umanità, cioè come viviamo ciò che siamo.

Or a ciascuno è data la manifestazione dello Spirito per l'utile comune” (v. 7). Ogni dono che non porta all’utilità comune non è più un dono; sarebbe un dono, ma lo stiamo usando in modo opposto. Tutto ciò che ho e sono serve per amare Dio e il prossimo, e ciò che non porta in questa direzione ce ne appropriamo indebitamente, e quindi lo stiamo usando diabolicamente. Tutti i doni sono doni di Dio, ma possiamo farne un uso giusto o sbagliato.

Un ministero, un dono, un carisma, una grazia non sono per la persona che li riceve, sono per l’utilità comune. Ognuno deve sentirsi arricchito dal carisma dell’altro. Da questo principio enunciato da Paolo nasce per ogni cristiano un problema serio di coscienza. Se il carisma dell’altro è per la mia utilità, posso io trascurarlo, posso non servirmene se esso mi è necessario?

Ignorare il carisma dell’altro, non servirsene, non volere che questo carisma porti frutti abbondanti è un peccato che si riversa contro di me. Se il carisma dell’altro è per me, privandomene, mi privo del nutrimento di cui necessito. Il rifiuto del carisma dell’altro, e soprattutto il rifiuto per motivi di cattiva coscienza del carisma altrui, mi pone in un serio pericolo di fallire nella mia vita cristiana, perché mi privo del sostegno e del nutrimento che il Signore mi ha posto accanto.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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18 Ultima modifica il Lunedì, 18 Maggio 2026 19:41
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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