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Apr 15, 2026 Scritto da 
Art'working

3a Domenica di Pasqua

3a Domenica di Pasqua (anno A)

Sal 15


Salmi 15:1 Miktam. Di Davide. Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio. 

Salmi 15:2 Ho detto a Dio: «Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene».

Salmi 15:3 Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore.

Salmi 15:4 Si affrettino altri a costruire idoli: io non spanderò le loro libazioni di sangue né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

Salmi 15:5 Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita.

Salmi 15:6 Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità.

 

“Miktām” è una parola discussa. Deriva da “katam” (incidere, intagliare). Indica qualcosa che è stato scolpito e quindi una scrittura permanente, scolpita per la sua importanza. La Bibbia dei  LXX traduce con “stēlographia” (una scrittura incisa); stēlē era la parola per la “pietra tombale” (per l’iscrizione scolpita su di essa). Perciò “miktām” indica che questo tipo di Salmi (ci sono diversi salmi miktām), sebbene collegati con la morte, vanno verso la speranza della risurrezione. Questo è particolarmente vero del Salmo 15, ma può essere trovato anche negli altri, e comunque quello che d’importante è “scolpito” in questi Salmi va ricavato dalla lettura del Salmo stesso.

Miktām è stato anche inteso come un salmo da recitare a bassa voce, quasi in silenzio, con molta umiltà, perché con questo salmo chiediamo a Dio di non lasciarci nel sepolcro della morte (v. 10). San Girolamo, infatti, traduce “Di Davide” con: “Humilis et simplicis David”.

È un salmo di fiducia, è la preghiera in cui un uomo di Dio esprime la propria fiducia nel Signore. A Dio si chiede protezione. In Dio ci si vuole rifugiare: “Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio”. Il giusto si rifugia in Dio e gli chiede protezione. Da notare il duplice movimento: a) da una parte Dio protegge il fedele (movimento discendente); b) dall'altra, il fedele si affida totalmente a Dio (movimento ascendente). Questo salmo, potremmo quasi dire, descrive il concetto dei Sacramenti, cioè il punto di incontro tra la grazia di Dio che scende (quindi il Signore che opera) e l'uomo che attinge alla grazia e rende culto a Dio.

“Sei tu il mio Signore, senza di te non ho alcun bene”. Ecco la fede del giusto, del timorato di Dio. Dio è il Suo Signore. “Senza di te non ho alcun bene”. Il bene di quest’uomo è solo nel Signore. Niente per lui sarebbe un bene senza il sommo bene, che è Dio, il quale non è solo la fonte dalla quale proviene il bene, ma è "il bene", è "l'unico bene". Questa è vera professione di fede.

“Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore”. I "santi" e i "nobili" sono le persone con cui si accompagna il giusto, il consacrato a Dio. Egli riconosce il valore che si trova nella comunione con i santi, con coloro che Dio ha messo a parte, e in cui si riflette la Sua santità.

La nuova traduzione CEI (quella del 2008), traduce: “agli idoli del paese, agli dèi potenti andava tutto il mio favore”, rendendo del tutto incomprensibile il testo che già in ebraico è difficile. È difficile comprendere come qeḏôšîm possa essere tradotto “idoli” invece che “santi”. Ma la traduzione dei LXX e della Vulgata avevano fatto una scelta ben chiara, ed è quella emersa nella traduzione CEI del 1974: “Per i santi, che sono sulla terra, uomini nobili, è tutto il mio amore”.

“Si affrettino altri a costruire idoli: io non spanderò le loro libazioni di sangue né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi”. È una professione di fede fatta al contrario. Il pio adoratore del vero Dio si impegna a non favorire il culto idolatrico. Una delle caratteristiche dell'idolatria è la "libazione di sangue", che può riferirsi anche al sacrificio umano, soprattutto di bambini. Con gli idoli non si deve avere alcuna comunione, di nessun genere. La distanza deve essere netta. Neanche il loro nome deve essere pronunciato. Sulla bocca del vero adoratore ci deve essere solo il nome del suo Dio. Gli idoli non meritano l'onore di essere nominati.

“Il Signore è mia parte di eredità e mio calice: nelle tue mani è la mia vita”.

Qui ci sono dei simboli sacerdotali. Sappiamo che nella spartizione della terra di Canaan dopo la conquista, la tribù di Levi non ebbe un suo territorio specifico ma solo città di residenza. Chi era consacrato al culto non doveva essere impegnato nelle strutture sociali, ma doveva fare da intermediario tra Dio e il popolo. La terra dei sacerdoti era Dio stesso, e questo concretamente significava il diritto di ricevere le decime offerte dalle tribù per il proprio sostentamento. Il salmista,  quindi, attraverso delle immagini, esprime questa dedizione del sacerdote al suo Dio.

1.  Il Signore è per lui “parte di eredità” cioè “parte di un territorio”. 

2.  Il Signore  è per lui il suo “calice”, cioè il suo ospite, il suo familiare che lo accoglie.

Il "calice" è segno dell'ospitalità di Dio al suo fedele. È Dio che porge il calice, così come - dal punto di vista strettamente umano - è colui che riceve in casa propria che offre all'ospite il calice. Nell'ultima cena chi offre il calice? È Gesù il padrone di casa, è l'ospite inteso alla latina (per i romani, infatti, l'ospite è colui che ospita e non colui che viene ospitato).

Per l'uomo giusto e pio il Signore è la sua parte di eredità e il suo calice. Non è la terra l’eredità del giusto e neanche le cose di questo mondo. Sua eredità è solo il Signore. Solo il Signore è il suo calice di salvezza, di vita vera. Quest’uomo non si attende nulla dalla terra. È il Signore, nel presente e nel futuro, la sua vita, il suo benessere, la sua prosperità, per questo la vita nelle mani del suo Dio. Questo è abbandono totale, vuole essere solo di Dio, sempre nelle sue mani.

“Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi, è magnifica la mia eredità”. La "sorte" era l'estrazione che si faceva con dei bastoncini di varia lunghezza e voleva significare che il giudizio su una questione difficile veniva lasciata a Dio. Potremmo anche intendere: “Il mio destino è nelle Tue mani”. Il Signore è per il salmista un “luogo delizioso”, è la terra più bella, più prospera e preziosa dei territori ottenuti dalle varie tribù. Il Signore è per il salmista una “magnifica eredità”, il bene più importante da tutelare e da trasmettere. Questa è una visione di grande fede. Si vede Dio come l’unico vero bene, quello che non verrà mai meno. Il concetto della terra, sfuma dal suo significato concreto per diventare il luogo dell'incontro con Dio. In senso spirituale è la ricerca di Dio che durerà fino al termine della nostra vita.

Questa è verità anche della Chiesa, ma creduta da pochi, vissuta da pochi. È una fede  semplicemente stravolgente, perché ci libera da tutti gli affanni per le cose di questo mondo e dona alla nostra vita un respiro divino.  


 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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88 Ultima modifica il Mercoledì, 15 Aprile 2026 12:25
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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