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Mar 21, 2025 Scritto da 
Angolo dell'ottimista

Spazio sacro e spazio interiore

6. “Due uomini salirono al tempio a pregare: uno era fariseo e l’altro pubblicano” (Lc 18, 10). Tuttavia soltanto uno tornò a casa giustificato. E fu proprio il pubblicano (cf. Lc 18, 14). Questo vuol dire che soltanto lui raggiunse il mistero interiore del tempio, il mistero unito alla sua consacrazione. Soltanto lui, benché tutti e due vi si fossero recati a pregare.

Così dunque risulta che lo stesso spazio sacro, il tempio, la cattedrale, deve essere ulteriormente riempito con un altro spazio totalmente interiore e spirituale: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo spirito di Dio abita in voi?” - scrive san Paolo (1 Cor 3, 16).

Di fatto la vostra cattedrale, come tante altre nel mondo, si riempie con un numero quasi infinito di quei templi interiori, che sono i “cuori” umani. A chi rassomigliano maggiormente questi “cuori” umani? Al fariseo oppure al pubblicano? Il tempio è segno della riconciliazione dell’uomo con Dio in Gesù Cristo. Tuttavia la realtà di tale riconciliazione - che è indicata dal segno esterno del tempio - in definitiva passa attraverso il cuore umano, attraverso questo santuario della giustificazione e della santità.

7. Il fariseo tornò “non giustificato” perché era “pieno di se stesso”. Nello “spazio” del suo cuore non c’era posto per Dio. Il fariseo era presente nel tempio materiale; ma Dio non era presente nel tempio del suo cuore. Perché invece, è tornato “giustificato” il pubblicano? Per il fatto che - a differenza del fariseo - egli riconosce umilmente di aver bisogno di essere giustificato. Egli non giudica gli altri. Giudica se stesso.

Il pubblicano “se ne sta a distanza”, eppure - e forse non se ne rende esattamente conto - è più che mai vicino al Signore, perché “il Signore, come dice il Salmo (33, 19), è vicino a chi ha il cuore ferito”. Dio non è affatto lontano dal peccatore, se questo peccatore ha il “cuore ferito”, cioè pentito, e confida, come il pubblicano, nella misericordia divina: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Il pubblicano, dunque, non si gloria in se stesso, ma nel Signore. Non si esalta. Non si mette al primo posto, ma riconosce a Dio la sua maestà, la sua trascendenza. Egli sa che Dio è grande e misericordioso, e che si piega al grido del povero e dell’umile.

Il pubblicano “sta a distanza”, ma nello stesso tempo confida. Ecco l’atteggiamento giusto verso Dio. Sentirsi indegni di lui, a causa dei propri peccati; ma confidare nella sua misericordia, proprio perché egli ama il peccatore pentito.

[Papa Giovanni Paolo II, omelia Perugia 26 ottobre 1986]

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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