32a Domenica T.O. (anno A)
(1Ts 4,13-18)
13 Non vogliamo, fratelli, lasciarvi nell'ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza.
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San Paolo introduce l'argomento del destino finale dei morti (e dei vivi), qui, eufemisticamente definiti koimōmenōn, cioè i «dormienti». La morte qui assimilata ad un sonno, lascia intendere come questo sonno, come qualsiasi altro sonno, non è eterno, ma prima o poi terminerà, aprendo in tal modo al risveglio, che allude alla risurrezione. Quali siano i motivi precisi per cui Paolo interviene su questo argomento non ci è dato di saperlo con precisione. Si può pensare ad un certo malessere sorto tra i tessalonicesi in seguito alla morte di alcuni fratelli avvenuta dopo la partenza dell'apostolo. Paolo aveva annunciato il ritorno di Gesù. Per i tessalonicesi, quindi, era pensabile che sarebbero stati esentati dalla morte per entrare direttamente nel regno. In questo contesto, il fatto che diversi fratelli fossero morti prima della venuta di Cristo, suscitava in loro un inquietante dilemma: questi morti erano forse esclusi dalla salvezza finale? Molti pensavano che la fine del mondo sarebbe avvenuta da un momento all’altro. Se questa fine tarda a venire, e di fatto tardava, che ne sarà dei fratelli in Cristo che sono già morti? Detto in altre parole, la questione che qui si pone è quale posizione occupano i credenti morti e quelli che, invece, sono viventi al momento della Parusia; entrambe le categorie avranno lo stesso trattamento? Oppure i viventi sono avvantaggiati rispetto a coloro che sono morti? Avranno destini diversi oppure sono accomunati in un unico destino? È proprio questo accenno al ritorno del Signore, ritenuto imminente, che fa sorgere il problema nei tessalonicesi: i viventi di certo andranno incontro al Signore che viene, ma coloro che sono morti al momento della sua venuta quale destino avranno? Trovarci davanti a una questione come questa dimostra che abbiamo a che fare con uno scritto molto antico; solo nei primi tempi della storia della chiesa poteva sorgere quel tipo di problema.
L’ignoranza del “dopo morte” genera tristezza; la tristezza, mancanza di speranza; la mancanza di speranza, sconforto e desolazione. Il credente in Cristo non può mai arrivare a tanto: sperimenterà senza dubbio il dolore della separazione dai propri cari, ma mai e poi mai risulterà inconsolabile. La contrapposizione non è tra un grado di tristezza e un altro, ma tra la speranza cristiana e la disperazione pagana.
In questo versetto c’è una stretta connessione tra l’ignoranza e la tristezza per mancanza di speranza, e questa ignoranza riguarda un punto preciso: quelli che dormono, cioè i morti. Il problema centrale dell’uomo è il problema della morte e, quindi, l’ignoranza su ciò che capita nella morte è causa di tristezza, è causa di mancanza di speranza. Sarebbe interessante vedere anche se all’origine delle mancanze di speranza e delle tristezze della nostra epoca non ci sia questa ignoranza assoluta sul destino dell’uomo.
L’ignoranza è il male peggiore dell’uomo perché l’uomo è fatto per la verità; oggi si confonde la verità con le tante notizie, con le tante cose tecniche, ma quanto sappiamo sul senso della nostra vita? Forse pochissime epoche nella storia sono state così ignoranti sulle cose fondamentali della vita come la nostra epoca. Piccoli esempi: nessuno nasce in casa e nessuno muore in casa, quindi il principio e la fine della vita sono esclusi già dalla vita. La casa non si sa più che cos’è; ma non si sa più che cos’è l’uomo nelle sue relazioni, non ha né principio, né fine, né mezzo, quindi è molto grossa questa ignoranza.
L’ignoranza riguarda ovviamente anche la morte. Probabilmente la morte è il grosso tabù della nostra epoca perché riguarda il senso della vita. San Paolo affronta quello che è il tema fondamentale dell’uomo: che senso ha vivere, che senso ha morire e dove si va a finire e da dove si viene. Se si escludono questi problemi nella considerazione della vita, si è nell’ignoranza sul perché si vive, e uno che non sa perché vive alla fine vive a caso, e viene ad essere un animale addomesticato e addestrato a fare tutto quello che gli altri vogliono; cioè non c’è più libertà, non c’è più scelta perché manca un principio, un criterio in base per cui decidere e scegliere.
Allora sarebbe interessante che noi esaminassimo la nostra ignoranza sulla vita e sulla morte, la nostra personale e quella della nostra epoca. Il risultato di questa ignoranza è interessante: diventiamo come quelli che non hanno speranza. È interessante come sono definiti i non-cristiani da Paolo: quelli che «non hanno speranza»; la speranza è il futuro: essi sono quelli che non hanno futuro. Se la morte è la parola ultima di questa vita dell’uomo, non c’è futuro; allora non resta altro che essere ignoranti e dimenticare tutto. L’ignoranza diventa proprio una rimozione, la rimozione di ciò che è sentito come la fine, dato che non si sa il fine.
L’ignoranza in un solo punto della nostra fede può produrre danni su tutta la nostra fede. Paolo paragona l’ignoranza alla non conoscenza di Dio. Un cristiano ignorante è in tutto simile a colui che non conosce Dio e per questo è senza speranza. Nasce la necessità e quindi l’obbligo di fare sempre luce di verità e di dottrina, di fede e di scienza, di intelligenza e di conoscenza ogni volta che un solo errore entra in una comunità, o semplicemente in un cuore.
Lasciare che un solo errore si introduca nella verità e non adoperarsi a correggerlo equivale a far ritornare un uomo, una comunità, tutto il popolo di Dio nell’ignoranza. La verità o è tutta, o non è verità. O è completa in ogni sua parte, o non è verità. Un errore generato in una parte, corrompe tutta la verità in esso contenuta.
Paolo non appena si accorge che un errore si è introdotto nella fede, subito interviene e con tempestività rimette la verità sul candelabro perché faccia luce non solo ai cristiani, ma per loro tramite al mondo intero. Questa sollecitudine, questo zelo, questa carità evangelica devono avere tutti gli operatori di evangelizzazione e tutti coloro che in qualche modo rivestono una qualche autorità nella comunità cristiana.
Argentino Quintavalle, autore dei libri
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