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Ott 26, 2026 Scritto da 
Art'working

Tutti i Santi

(Mt 5,1-12a)

 

1 Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. 

2 Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:

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L'evangelista è cosciente di scrivere qualcosa di straordinariamente importante e calcola addirittura le virgole. Il testo si apre con un verbo - Idōn - che non è un vedere generico, non è una semplice constatazione, ma indica una sorta di selezione che Gesù opera. Che cosa vede Gesù? Gesù vede “le folle”. Gesù è spesso accompagnato da folle anonime, che fanno da sfondo al suo viaggiare. Queste folle di cui si parla raffigurano un po’ il mondo intero che viene ad ascoltare il vangelo. Sono seguaci anonimi, che provano interesse per Gesù e il suo messaggio, senza però uscire dal loro anonimato con un preciso impegno pubblico di sequela. Esse rappresentano, in qualche modo, le folle dei futuri credenti. Per questo Gesù le guarda con attenzione, abbracciandole con il suo sguardo. Quell'idōn, dunque, è un guardare che lega profondamente Gesù alle folle e lo coinvolge verso di loro.

Dopo aver abbracciato le folle con il suo sguardo, Gesù compie tre azioni significative: sale sul monte, si siede, e si mette a parlare. Da notare subito che il discorso è fatto “sul” monte non su “un” monte. È “il” monte. Il monte nel vangelo non è mai una indicazione geografica, non riguarda la geografia, ma la teologia: il monte è il luogo vicino a Dio. Infatti il monte non ha nome, e l'evangelista eliminandolo vuole indicare che non riguarda un luogo particolare, ma un luogo teologico, e Gesù vi si siede sopra. Per noi, che Gesù stia seduto o in piedi cosa cambia del suo messaggio? In realtà anche questo è un particolare teologico; il monte è il luogo di Dio, e Gesù si siede, si installa. È un’allusione all’autorità del Messia nella sfera divina (rappresentata dal monte). È una maniera semitica con cui l'evangelista ci dice: guardate che Gesù non è come Mosè. Mosè sale sul monte e riceve il messaggio da Dio; Gesù che sale sul monte che è il suo luogo, ne prende possesso e lui stesso proclama il messaggio.

Infatti, la scena ricorda due fatti significativi: da un lato, ci riporta alla figura di Mosè, che salito sul Sinai va a ricevere la Parola di Dio e la porta al popolo, che si trova ai piedi del monte; dall'altro, il salire di Gesù sul monte e il sedervisi sopra, aprendo la sua bocca per parlare, ci richiama Dio che sul monte Sinai scende e dà la sua Torah, il suo insegnamento al popolo, come a dire che in Gesù non solo viene raffigurato il nuovo Mosè, ma ne viene anche sancito il suo superamento, perché in Gesù è Dio stesso che parla direttamente al suo popolo, senza più bisogno di intermediari.

C’è la folla di coloro che seguivano Gesù, ma i discepoli vengono distinti dalle folle. Quindi, il suo insegnamento è universale, valido per tutti i credenti, ma per comprendere il suo messaggio bisogna mettersi al suo seguito, vivere accanto a lui, divenire suoi discepoli. “Si avvicinarono a lui i suoi discepoli”. I discepoli si “avvicinano” e i discepoli sono “suoi”. I veri discepoli, dunque, sono coloro che compiono la scelta di avvicinarsi a Gesù e di condividere con lui la sua vita e la sua missione, così che essi diventano “suoi”, nel senso che gli appartengono e fanno un tutt'uno con lui. I discepoli, quindi, si distinguono dalle folle, che sembrano rimanere ai piedi del monte chiuse nel loro anonimato, e li distinguono proprio per quell'intimo rapporto con Gesù che li lega a lui e li qualifica come suoi. “Si mise a parlare e insegnava loro dicendo”. Gesù non inizia come iniziavano i profeti: “Così dice il Signore…”. Gesù ammaestra. Gesù dice. Una nuova Legge esce dalla sua bocca, ma che in realtà non è una nuova Legge, quanto piuttosto un impegno di vita. Gesù non è venuto ad appesantire il giogo delle prescrizioni mosaiche, ma a offrire un modello di vita.

I versetti che seguono costituiscono quello che la tradizione chiama le beatitudini; esse definiscono la nuova identità del credente. È una meraviglia nella meraviglia. Raramente vengono insegnate. Nel mondo protestante vengono considerate impossibili da osservare e l’uomo deve solo prendere coscienza della sua situazione di miseria e d’impotenza e abbandonarsi alla misericordia di Dio. Nel mondo cattolico i cristiani vengono educati più all'osservanza dei dieci comandamenti, che alla pratica delle beatitudini di Gesù. Le beatitudini andrebbero imparate a memoria.

Le beatitudini, probabilmente, non hanno avuto successo nell’insegnamento cristiano perché quelle situazioni che l'uomo considera delle disgrazie, che prega di non incontrare nella vita, da Gesù vengono proclamate beate. Quando i poveri vincono un gratta e vinci, ti saluto povertà e ti saluto beatitudine. Dall'altra parte nessun ricco si fa povero per diventare beato. Sottolineo questo perché un'accusa alle religioni, in particolare al cristianesimo, è stata di essere l'oppio dei popoli. Le beatitudini non sono l’oppio dei popoli. Per usare una immagine diversa, sono adrenalina. Gesù inizia l’evangelo del Regno con la parola beati, l'invito di Gesù non è un imperativo come nei comandamenti: fai questo, non  fare  quest'altro. I comandamenti sono un'imposizione, quella di Gesù non è una imposizione, è una proposta di pienezza di vita. Usa il termine beato che indica tutto quello che concorre a rendere l'uomo felice; beato lo possiamo tradurre benissimo con felice. Gesù inizia a esporre l’evangelo del Regno con un invito alla piena felicità.

Il tema della beatitudine non è sconosciuto all'Antico Testamento che per 45 volte ripete l'espressione «'ashré», beato, felice, di cui 25 si trovano nei salmi, e prevalentemente nei libri sapienziali. Nel Nuovo Testamento abbiamo il termine «makàrios», beato, felice, che ricorre circa una cinquantina di volte. Tuttavia, mentre nell'Antico Testamento la beatitudine nasce dal conformare la propria vita alla Torah, nel Nuovo Testamento è Gesù che definisce i parametri della beatitudine. Gesù diventa lui stesso l'unico parametro con cui il credente, da questo momento in poi, è chiamato a confrontarsi e a conformarsi.

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse – commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

(Disponibili su Amazon)

13 Ultima modifica il Lunedì, 26 Ottobre 2026 12:43
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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