Concordismi e compromessi, o caos e diversa stabilità
(Gv 6,16-21)
Gv narra l’episodio in modo diverso dai Sinottici: non tanto come esito della comunione dei pani, quanto Manifestazione del Cristo.
Il baricentro del racconto è la presentazione che Gesù fa della sua Persona: «Io Sono» (v.20), autorivelazione del Dio dell’Esodo [3,14: «Io Sono colui che sarò» - ossia: «capirete chi sono da ciò che farò»].
Questo per chiudere le tergiversazioni nell’interpretazione della sua figura:
Il Figlio di Dio non è un guaritore né un facitore di miracoli, bensì il Liberatore dal quale il popolo si attende la Manna che rincuora, la ‘terra’ che gli è promessa, la salvezza dalla morte.
Il brano è parabola della chiesa in preda alle acque agitate degli abissi, dominata dal dubbio, dall’incertezza, da una fede esitante, ancora priva di un sigillo beato e perenne.
Nell’andare duro e senza appoggi - tra polemiche anche interne - d’un tratto cogliamo il Signore che sopraggiunge.
Egli si fa vicino d’improvviso, prende il nostro passo e quello stesso degli accadimenti - per accompagnare la vertigine e la tormenta.
La nostra vita procede verso la sponda opposta, dov’è già il Maestro.
Andiamo speranzosi, ma talora le avversità rischiano di farci annegare, e con noi sembra trascinino giù tutta la barca.
Solo il Signore “cammina sul mare”, ossia avanza e vince la morte.
Se lo ospitiamo, ci rendiamo conto che ogni elemento è in suo potere: e in Lui tutto serve per riattivarci, anche il vento contrario.
L’Amico invisibile guida, realizza infallibilmente, fa giungere a «riva». Condizione definitiva che la forza delle onde non può intaccare, perfino quando abbiamo la sensazione di essere trascinati altrove dai flutti.
Usando parafrasi del libro dell’Esodo, Gv cerca di aiutare le sue comunità a comprendere il Mistero della Persona di Gesù.
E immersi nella sua vicenda, anche noi cogliamo la realtà vocazionale che può avvolgerci e caratterizzare, quando non ne respingiamo l’Appello.
Chiamata che ci lancia in un diverso stile di vita, a partire da risorse inaspettate - cui si può accedere quando si smette di fissare l’attenzione solo su ciò che spaventa e sembra negativo.
Anche il dibattito delle assemblee sul Messia, nonché i rapporti delle chiese col mondo, accentuavano dissapori e incertezza.
Alcuni giudei convertiti ritenevano Cristo un personaggio tutto sommato in linea con la loro mentalità e tradizione, concorde con profezie e figure del Primo Testamento.
Viceversa, alcuni pagani che avevano accettato il Signore propugnavano un’intesa con la mentalità mondana. Una sorta di accordo fra Gesù e Impero, che l’evangelista considera contaminazione idolatrica [la tentazione della folla di sponda pagana di farlo Re precede immediatamente il passo: vv.14-15].
La situazione delle minuscole famiglie credenti nell’impero era buia, dubbiosa, conflittuale dentro e fuori.
Gesù pareva assente e il mare agitato, il vento contrario, minaccioso, sconosciuto.
Eppure, proprio nella condizione di pellegrini sballottati, nella Fede essenziale si faceva esperienza di una strana e ‘diversa stabilità dentro’: il permanere controcorrente.
Quindi risveglio, proliferazione, crescita.
L’emarginazione culturale, le incognite, i confronti, le prove, non inghiottivano i credenti, anzi li rendevano più decisi e spediti (v.21) - secondo la Voce del Risorto, presente nell’anima di ciascuno.
In tal guisa, ecco proporsi ai discepoli una traversata verso la Libertà, che proveniva da quell’intima percezione, solo accogliente.
In grado di nutrire lo spirito di ciascuno e strapparlo dalle fobie - nel caos delle sicurezze esterne. Con cui i «figli» riuscivano a fare pace.
[Sabato 2.a sett. di Pasqua, 18 aprile 2026]