Stampa questa pagina
Ago 22, 2026 Scritto da 
Preghiera critica

Croce e Figlio dell’uomo: Messia e anti-Messia a confronto

(Mt 16,13-27)

 

Chi Sono, le Chiavi, la Fede, il Nome

(Mt 16,13-23)

 

A oltre metà della sua vita pubblica Gesù non ha ancora dato formule, ma fa una domanda impegnativa - che ha la pretesa di chiederci molto più delle usuali espressioni con struttura di legge.

Globalmente la folla può averlo accostato a personaggi eminenti come il Battista [colui che ha dimostrato di essere estraneo alle cortigianerie] o Elia [per la sua attività di denuncia degli idoli] o Geremia [l’oppositore della compravendita di benedizioni].

Ma Egli non è venuto - come i profeti antichi - a migliorare la situazione o rabberciare devozioni, né a purificare il Tempio, bensì a sostituirlo!

Le immagini della tradizione raffigurano Cristo in molti modi (per gli atei un filantropo), il più diffuso dei quali è ancora quello di un Signore antico, garante di comportamenti convenzionali.

Egli invece - per farci riflettere - porta i discepoli in un ambiente di cantiere [a nord della Palestina, Cesarea di Filippo era in costruzione], lontano dalla nomenclatura interessata della Città “santa”.

 

La mentalità comune valutava la riuscita della vita - e la verità di una religione - sulla base del successo, del dominio, dell’arricchimento, delle sicurezze in genere.

Il quesito che Gesù pone ai suoi fa trapelare una novità che soppianta tutto il sistema: la Chiamata si rivolge a ogni singola persona.

È una proposta di confine, al pari del luogo geografico simbolico della capitale del regno di Filippo, uno dei tre figli eredi di Erode il Grande: in Palestina, il punto più lontano dal centro della religiosità conformista.

Il Volto del «Figlio dell’uomo» è riconoscibile solo ponendo la massima distanza da schemi politici e veterani - altrimenti anche noi non saremmo in grado di percepirne la ‘luce’ personale.

Nella comunità di Mt si stava appunto facendo esperienza di una sempre più larga partecipazione di pagani, che prima si sentivano degli esclusi e man mano si integravano.

 

Per la nostra mentalità, le chiavi di casa servono a chiudere e serrare il portone, per non far entrare i malintenzionati.

In quella semitica, erano piuttosto icona dell’apertura dell’uscio.

 

Nel celebre capolavoro del Perugino sulla parete nord della Cappella Sistina, Gesù consegna al capo della Chiesa due chiavi: quella d’oro del Paradiso e quella d’argento del Purgatorio.

Ma il senso del brano non è l’Aldilà - anzi, non è neppure istituzionale. In ebraico il termine ‘chiave’ è derivante dal verbo ‘aprire’!

Massimo compito missionario dei responsabili di comunità è tenere il Regno dei Cieli spalancato, ossia garantire una Chiesa accogliente!

Pietro non deve ricalcare il tipo del monarca arrogante, immagine dell’autorità; sostitutiva dell’imperatore.

Simone deve farsi primo responsabile dell’accettazione di coloro che sono fuori.

Sembra strano per qualsiasi proposta antica, ove si supponeva che Dio temesse di rendersi impuro nel contatto col mondo.

Il Padre è Colui che osa di più.

Questo il motivo per cui Gesù impone severamente un totale silenzio messianico (v.20) alle labbra e al cervello antico degli Apostoli.

 

Pietro e i discepoli volevano tornare all’idea consueta de «il» Messia [cf. testo greco] atteso da tutti.

Un canovaccio troppo normale, incapace di rigenerarci.

 

 

Ma voi chi dite che io sia? La Fede di Pietro

 

Prendere distanza da ciò che si spera

 

Gesù guida i suoi lontano dal territorio dell’ideologia di potere e dal centro sacro dell’istituzione religiosa ufficiale - la Giudea.

Il Signore vuole che i suoi intimi prendano distanza da limitazioni e apprezzamenti.

Il relativo successo ottenuto dal Maestro in Galilea aveva infatti ravvivato le speranze di gloria (unilaterale) degli apostoli.

Il territorio di Cesarea di Filippo, all’estremo nord della Palestina, era incantevole; celebre per fertilità e pascoli rigogliosi. Zona famosa per la bellezza del contesto e la fecondità di greggi e armenti.

Anche i discepoli restano affascinati dal paesaggio e dalla vita agiata degli abitanti della regione; per non dire della magnificenza dei palazzi.

Il richiamo del contesto allude alle agiatezze che la religione pagana in genere propone; prosperità eccessiva che incantava i Dodici.

Cristo chiede agli apostoli - in pratica - cosa la gente si aspettasse da Lui. Così vuole si rendano conto degli effetti nefasti della loro stessa predicazione.

“Annuncio” che volentieri confondeva benedizioni materiali e spirituali.

 

Mentre gli Dei mostrano di saper colmare di beni i loro devoti - e una sfarzosa vita di corte che (appunto) ammaliava tutti - Cristo cosa offre?

Il Maestro si accorge che i discepoli erano ancora fortemente condizionati dalla propaganda del governo politico e religioso [vv.6.11] che assicurava benessere [vv.5-12; cf. Mt 15,32-38].

E Gesù li istruisce ancora, affinché almeno i suoi inviati possano superare la cecità e la crisi prodotta dalla sua Croce (v.21), dall’impegno richiesto nell’ottica del dono di sé.

Egli non è solo un continuatore dell’atteggiamento limpido del Battista, mai incline al compromesso nei confronti delle corti e dell’opulenza; né uno dei tanti restauratori della legge di Mosè, con lo zelo di Elia.

Neppure voleva limitarsi a purificare la religione da elementi spuri, ma addirittura sostituirsi al Tempio [Mt 21,12-17.18-19.42; 23,2.37-39; 24,30] - luogo dell’incontro tra il Padre e i suoi figli.

 

Su tale questione, in quel momento erano particolarmente vive le distanze non solo col paganesimo, ma anche le contrapposizioni tra giudei convertiti al Signore e osservanti secondo tradizione.

Infatti, nei libri sacri del giudaismo tardivo si parlava di grandi personaggi che avevano lasciato un’impronta nella storia d’Israele, e avrebbero dovuto riapparire per inaugurare i tempi messianici.

Anche all’interno delle comunità perseguitate di Galilea e Siria, Mt constata una scarsa capacità di comprensione, e tutta la difficoltà di abbracciare la nuova proposta - la quale non garantiva successo e riconoscimenti, né traguardi immediati.

(Sin dalle prime generazioni ci si rendeva conto che la Fede non si accorda facilmente con i primi impulsi umani: è invece sconcertante, per le vedute ovvie e le sue pulsioni).

Così il Maestro contraddice lo stesso Pietro [vv.20.23] la cui opinione restava legata all’idea conformista e popolaresca de «il» [vv.16.20: «quel»] Messia atteso.

 

Insomma, il capo degli apostoli - così debole nella Fede - può smetterla di indicare a Cristo quale strada percorrere «dietro» a lui [v.23] deviandolo!

Simone deve ricominciare a fare l’allievo; piantarla di tracciare a tutti vie riconosciute e opportuniste, sequestrando Dio in nome di Dio.

Il Signore è Colui che osa di più.

 

 

Una speciale nota sul tema del Nome:

 

Mentre per la nostra cultura è spesso un’etichetta, fra i popoli orientali il nome è tutt’uno con la persona, e la designa in modo speciale.

Per quanto si evince ad es. nel “secondo” comandamento, la forza del Nome ha un grande peso: è un conoscere il Soggetto (divino) nell’essenza e nel senso dell’agire; quasi un impossessarsi del suo potere.

Anche nella nostra tradizione orante, spirituale e mistica, il Nome proprio (es. Gesù) è stato spesso considerato quasi un’icona acustica della persona, comprensiva delle sue virtù; evocativa della sua presenza e potenza.

Nelle culture antiche, pronunciare il nome significava riuscire a cogliere il seme, il nucleo pregnante e globale della figura di riferimento.

Non di rado, anche nella nostra mentalità ha voluto esprimere un presagio, un mandato, un augurio, una benedizione, una vocazione, un destino, un compito, una chiamata, una missione [nomen (est) omen].

Ma qui si misura la differenza tra mentalità sacrale e Fede. Nelle religioni il nome proprio che il maestro o fondatore dona al discepolo è una sorta di cartello: colui il quale non avesse acume o fortuna, forza e coraggio di realizzarlo, sminuirebbe in dignità.

Invece Cristo coi suoi appellativi ci chiama a percorrere una strada,  certo - ma profondamente commisurata all’essenza.

Egli stimola all’esodo - non secondo modelli - perché prima fa rientrare la persona in se stessa. Affinché tutti ci mettiamo in gioco nel profondo e sino all’estremo che corrisponde.

Primo passo: incontrarci a tutto tondo; nei diversi versanti, anche sorprendenti, inespressi o sconosciuti - in genere, caratteri inimmaginabili secondo regola e nomenclature.

Persino i nostri modi di essere eccentrici, ambigui, in ombra o addirittura rifiutati in prima persona: si riveleranno lungo la Via i lati migliori di noi stessi.

Solo in questo binario plurale troviamo la strada per un’avventura densa di senso; non meccanica, né ripetitiva - bensì somigliante alla vita: sempre nuova e autentica.

Non a partire dalle esteriorità di facciata o di calcolo: c’è una firma d’Autore che precede, nella edificazione di noi stessi e del mondo.

 

Passando fra i diversi cantieri della città di Filippo, Gesù ha invece voluto paragonare Simone ai materiali inerti e accatastati (in modo anche confusionario) che si trovava di fronte.

Quella condizione coglieva la radice delle aspettative apostoliche!

I discepoli non davano ancora spazio al Mistero in loro stessi, all’idea di una salvezza segreta, che erompe con energia propria, innata; che supera i sogni comuni.

Cefa deriva infatti dall’aramaico Kefas: pietra da costruzione; qualcosa di duro: praticamente, un testardo come tanti; nulla di speciale, anzi. Gesù affibbia a Simone un soprannome negativo!

Infatti il termine greco «petros» [v.18] non è nome proprio: indica un sasso (raccolto da terra) che può essere sì utile a una costruzione - se ovviamente si lascia compaginare. E che non solo sostiene, ma è sostenuto; che non solo aggrega, ma viene aggregato.

Attenzione: il termine greco «petra» [v.18] non è il femminile di «petros»: indica «roccia», e si riferisce alla Persona di Cristo unica sicurezza (assieme alla Fede in Lui).

Appellativo che cambia imprevedibilmente tutta una vita. Solo l’Amico interiore infatti trae dal nostro [anche cattivo] bagaglio l’imprevedibile che sgorga.

 

Ciascuno viene cesellato dal Signore secondo il nome Pietro, nel senso di tassello particolare, elemento individuo e speciale.

Collocato in modo singolare ma in un grande mosaico: quello della storia della salvezza, dove ciascuno è contemporaneamente se stesso e in continua fase di rigenerazione.

Unico sentimento di appartenenza delle molte pietre da costruzione (tutte viventi): la convivialità delle differenze, la comunione delle disparate membra fraterne nella Chiesa ministeriale.

Nessuna per sempre, ma ovunque (incessantemente) nuclei pulsanti di un’istituzione sommaria e tutta raccolta da terra... Liberata gratis.

 

 

La reputazione: crocevia della Croce

(Mt 16,24-27)

 

Smarrire la vita o perderla? Salvarla o trovarla? Cristo desidera condurci nella Patria che ci corrisponde profondamente.

Lo propone condividendo l’andare pellegrino, in esplorazione; insieme a Lui e ai fratelli.

Nel procedere, ciò che facciamo è motivato dalla ricerca di pienezza di essere e felicità - anche il rischio.

 

Ci siamo appassionati al cammino nello Spirito per lo stesso motivo: avere un incremento di vita.

Ma nella proposta del Maestro cogliamo una logica sconcertante.

Per porsi al riparo da vane illusioni (che degradano) non bisogna precipitarsi ad agguantare ruoli prestigiosi, beni, relazioni che contano.

Le cose più attraenti e vistose, permangono esterne e infeconde. Non rigenerano

Invece… attesa, ascolto, esercizio di virtù passive, amarezza e sconfitta, chiamano a rientrare in noi stessi.

Lo smacco è un appello che sta preparando gli sviluppi futuri più pertinenti e fondati, proprio a favore di un’esistenza piena.

Certo, chi non s’inserisce nella fretta dei titoli e nella commedia dei cerimoniali di società affine, può subire immediatamente il peggio. Ma è meglio questo che perdere qualità e fecondità di vita, disperdendole nell’equivoco.

 

Spesso  il nostro “lasciare tutto” per la sequela di Cristo è anch’esso per un guadagno atteso e sperato. Persino “buono”: immediatamente relazionale, qualitativo, e culturale, ad es.

[Le guide ci parlavano in tal senso di vizio di “gola spirituale”: il fine è apprendere cose interessanti, avere buone e corpose compagnie, accrescere conoscenze, trovare modi anche fondati per farsi lodare, etc].

Il punto è che la ricaduta positiva immaginata, si configura sempre secondo antichi propositi. Infine per imporsi, brillare e comandare; non per “perdere”.

Non per “cedere”. Non per far sì che altre energie e orizzonti si introducano nelle situazioni, e affiorino - paradossali - in noi.

Su questo terreno poco appetibile - ma che in Cristo diverrà eccessivo di grazia, fecondo, intimamente educativo - anche coloro che non temono sacrifici possono oscillare, perché la Via del Crocifisso sembra condurci subito ai motteggi, al fallimento.

Emerge però il motivo profondo e in apparenza assurdo, del nuovo Magistero; senza retropensieri.

Il confronto con la Parola aiuta sempre più a renderci conto che è necessario introdurre nell’anima di ciascuno un nuovo profilo di riferimento: personale, sociale, comunitario.

 

L’antico contesto sicuro e trionfale ha contribuito ad edificare una impalcatura impressionante, ma che stride con il senso del Lieto Annunzio di Salvezza.

La vita da salvati è per tutti. Una Proclamazione trasparente, ormai: di smisurate Beatitudini in favore dei miti, umiliati e trascurati, bisognosi di tutto.

 

Anche per Gesù l'evangelizzazione degli Apostoli e dei “vicini” - tutti intenti ad ammorbidire e attenuare i suoi Sogni immoderati - non è stato un gioco da ragazzi.

Proprio come il Signore, anche oggi i veri Annunciatori devono già mettere in conto afflizioni, e trappole, spallate, beffe, derisioni (le più sorprendenti).

Ma non si molla, anche perché è comprensibile l’imbarazzo di coloro che d’improvviso si vedono introdotti non in un cammino trionfale. Non su un sentiero mozzafiato, punteggiato di approdi onorevoli ed esaltanti.

Piuttosto, di verità e dono di sé dismesso e reietto - non più edulcorante, né epidermico, o di contrabbando.

Lo si può tollerare, in fondo, con senso di realismo; come ha fatto Gesù con il suo Pietro. Insomma, anche questo filone potrà far parte del nuovo equilibrio che lo Spirito sta edificando.

Sì, l’aspetto istituzionale e compromissorio [“petrino”] vuole spesso prendere l’iniziativa ed esorcizzare il Richiamo di Gesù; metterlo a tacere, in favore dell’esibizione dei suoi superpoteri.

Eppure il Maestro non si fa prendere in ostaggio - anzi è Lui che ha collocato il capo dei discepolo al suo posto (vv.22-23).

 

La croce era pena di morte e onta perenne riservata agli schiavi ribelli; banditi, sovversivi, disadattati che rifiutavano la loro posizione di emarginazione civile.

Questa è tutta la partita: accettare di sollevare il braccio orizzontale del pubblico patibolo dietro a Gesù significa ancora oggi dimenticare la “reputazione”, essere svergognato.

Non per ascesi, né perfezionismo particolare alcuno.

Impoverire di beni superflui, perdere prestigio e ruoli, essere svergognato, lasciare che siano gli altri a passare avanti [anche per manipolarci: ché prima o poi si rendano conto].

Affinché si lasci il tempo alla Provvidenza di prepararci.

La vita che viene farà appello ad altre energie, disporrà accadimenti in modo più misterioso che ovvio.

Metterà in gioco virtù personali e sociali difformi - confluenti - cosmiche e intimamente umanizzanti; acutamente fascinose e sorgive.

 

Lo stiamo vivendo nel tempo della crisi e del travaglio, per una “rinascita” che vuole altri primordi; che pare non abbia voglia alcuna di ri-conformarsi all’età trascorsa.

Infatti, nella bufera, la passione d’amore ha i suoi stadi preparatori, di più alta portata, i quali presto o tardi faranno emergere consapevolezze autentiche eminenti. E lo spirito fraterno annidato nell’anima di tutti.

La prospettiva è in tal senso personale, ma non individualistica, bensì quella del «Figlio dell’uomo»: Colui che lascia intuire il portato umano, accessibile e divinizzante.

Però bisogna accorgersene: aiutiamoci a coglierlo Presente (vv.27-28)!

Infatti, nei Vangeli «Figlio di Dio» è Cristo che manifesta il Padre, svelando Dio nella condizione umana. «Figlio dell’uomo» è Gesù che manifesta l’uomo nella condizione divina.

«Figlio dell’uomo» è Colui che essendosi spinto al massimo dell’amore nella pienezza di Persona, giunge a riflettere la condizione divina, la mostra e irradia in contrassegni eminenti.

Lo fa senza prospettive anguste, tipiche delle religioni; senza neppure un retaggio d’idee “giuste” e invariabili, o forze di livello crescente e sempre performanti.

«Figlio dell’uomo» è il Figlio riuscito: la Persona dal passo definitivo.

Verbo fattosi fratello prossimo, che in noi aspira alla pienezza diffusa nella storia, a una caratura indistruttibile dentro ciascuno che accosta (e incontra cifre divine accorate, tratti sublimi di umanizzazione).

Rischiamo dunque di vivere “con” e “per” gli altri, tralasciando la ricerca della stima, e perdendo credito [non a tutti i costi lucrandolo].

Lo facciamo con piglio; abbracciati alla propria Chiamata individuante, sperimentando il Padre che provvede a noi.

In tal guisa, riusciremo a sollevare positivamente la Croce fiorita, che feconda l’anima e il mondo attorno.

Esperienza dalla quale non si esce più - tanto è sublime e dai traguardi sterminati, impossibili da immaginare e proporsi, per via di sterile “natura”.

Su tale raggio di luce e con nuovo Nome, anche nei grandi disagi del nostro tempo saremo come l’Amico-Guida: genuini, non omologati; sdraiati sul nucleo dell’essere, ma ritti su strade inesplorate.

Simultaneamente impegnati e sereni. Meno banali, per contatto personale.

 

 

Per interiorizzare e vivere il messaggio:

 

In che senso hai fatto esperienza di vita guadagnata, dopo averla “persa”? Contattando quali energie sopite? Su quali strade inesplorate?

3
don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".