(Mc 11,11-26): Fico sterile, cacciata dei venditori e cambiavalute usurai, Fede calamita, Preghiera, Perdono: Spazio dell’Incontro.
La maledizione sceneggiata da Gesù (vv.13-14) introduce la cacciata dei venditori dal Tempio, divenuto un covo di ladri usurai (vv.15-17).
Era l’attrito che ci voleva per attivare la rivoluzione dei santi meccanismi che mortificavano la vita della gente.
Cristo non è un figlio devoto e obbediente della sua cultura e religione, ma un adulto che rischia di non piacere - senza complessi d’inferiorità nei confronti della catena di comando tradizionale consolidata.
Dunque il fico sterile del passo di Vangelo non è solo Israele: soprattutto è figura del Santuario - ricolmo di magnificenza e privo di tenerezza. Non faceva battere i cuori e trasalire di gioia, piuttosto escludeva (proprio) i deboli.
Ma era il suo tramonto (v.11): il Signore preferisce fare esodo verso una piccola realtà famigliare, dove respirava ossigeno; di soli fratelli e sorelle. A Betania non vigeva quello strisciante senso di compromesso!
Solo in tale raggio di luce fondamentale e dialettico, affatto immaturo, Cristo - che coi suoi esce dal Tempio - si rivela geloso (autentico) custode del luogo sacro, purtroppo divenuto un organismo tentacolare.
Riconosciuta quella radice oppressiva - senza più scampo di conversione - poco dopo sarà costretto ad annunciarne la disfatta (13,1-2). Intuizione libera e fulminante: il Maestro non si limita a proclamare un restyling, come facevano tutti - anche profeti, che infine si accontentavano di predicare una (semplice) purificazione.
Insomma: il Padre avrebbe sognato dal suo popolo di figli i frutti gustosi, teneri e zuccherini dell’amore, ma si è dovuto accontentare delle foglie (v.13) le quali finivano per coprire realtà ripugnanti - proprio a partire dal ceto dei profittatori della Casa di Dio.
La trasformazione del Tempio di Gerusalemme in mercato riflette l’andazzo dei tanti luoghi di culto dell’antichità: come altrove.
Per questo motivo Gesù proclama il primato della Fede personale sulle apparenze devote formali (vv.22-24) ove i ceti dominanti riciclano tutto (e impongono ai senza voce d’ingoiare le loro squallide pietanze).
I più colpiti e vessati dai lati ambigui della situazione teatrante e disgustosa erano proprio gli strati di popolazione insicura - che per le offerte “dovute” potevano rivolgersi non ai venditori di armenti, ma di colombe (verso i quali si appunta l’ira del Maestro: v.15).
Erano i malfermi le vere vittime sacrificali del bel sistema religioso ufficiale: i plagiati dalla paura di Dio e dai timori della propria indegnità (inoculata goccia a goccia da false guide interessate).
Le creature bisognose erano come greggi immolate alla logica dell’istituzione - sequestrata da attenti doganieri - solo in funzione e nella misura sempre formalmente indiretta del proprio (infedele) mantenimento.
I mercanti erano il fulcro e i primi complici mirati di tutta la filiera che i sacerdoti scremavano, costituita e sacralizzata per egoismo d’interessi. Del resto buona parte della popolazione della città santa viveva dell’indotto economico del Tempio («fico» dai frutti immangiabili).
Insomma: la devozione antica e la sua sordida attività di traffico ambiguo mungeva e tosava la vita della massa ingenua; e insieme alle ossessioni d’inadempienza, non dava respiro alla gente (appesantita irrealizzata infelice).
(Di fronte a fatiche titaniche artificiose di certe proposte anche ecclesiali, i giovani d’oggi si rendono subito conto che spendere tante energie per lottare contro il proprio carattere vocazionale personale, per poi diventare un funzionario del sacro o un suo supporter, non vale la pena).
Per questo motivo il popolo eletto è divenuto infecondo, e così il suo centro identitario - ormai un albero secco (vv.20-21).
Lo sguardo delle autorità era puntato sulle ambizioni - essi tutto avevano meno l’idea della casa di preghiera (v.17) come santuario vivente e luogo d’incontro universale.
Lì Gesù si accorge (era palese) che il suo popolo aveva perduto la fecondità cui era stato chiamato dal disegno del Padre - in via definitiva.
Sterilità legata a meccanismi costituiti, valutati diritto inalienabile acquisito dalla casta dei “gestori” senza ricambio.
Nulla a che vedere con la Fede genuina, che non è assenso ideologico, ma relazione-gesto eccezionale e difforme: spalanca la porta anche a giudizi severi, taglienti, non redditizi.
Essa parte da una Visione e se ne appropria (v.24) attirandola come calamita: attualizzando e anticipando futuro; scoprendo meraviglie sbalorditive eccentriche proprio in ciò che la religione conformista considera impuro, illecito, disadorno, inappropriato, sconveniente.
E non remunerativo.
Figuriamoci immaginare che un popolo senza peso strategico, digiuno di sostegni militari o diplomatici, privo di mezzi realmente deterrenti, potesse soppiantare i meccanismi piramidali, “ideali” e produttivi della tradizione e dell’impero.
E fornire un nuovo Messaggio globale sul volto di Dio e dell’umanità... Impossibile come immaginare una montagna che sprofonda di suo nel mare (v.23).
Sfruttando e depauperando la gente malferma, qualsiasi regime opportunista o religione disincarnata mostra di non amare ciò ch’è umano: la povertà dei semplici.
Non sentendo le passioni dell’anima e non percependo alcun impulso del cuore per il coinvolgimento in favore dei bisognosi, nessuno corre più l’avventura della Fede Amore a tutto tondo - scommessa che si riversa sul comportamento stravagante, e comunque attiva un altro regno.
La Fede che rischia Amore è questo: niente di molle - perfino disputa aperta coi dirigenti dell’ufficialità rituale. Non è il grigiore del diplomatico accomodante e sdolcinato, manierista, mai rude, che dice e non dice, sembra ma non fa.
E lo stesso vale per la sua espressione irripetibile nell’orazione (v.24): colpo di mano - anche graffiante - che segue l’Ascolto di un Dio che si rivela nell’anima dell’inviato, senza allestire troppi spettacoli esterni.
Dall’adesione intimamente amicale deriva il coinvolgimento in prima persona e una sensibilità particolari, che si fanno Dialogo intenso, Immagine-Visione, Scoperta crescente, Azione d’anticipo.
Solo da una mente realizzata secondo istinto e vocazione nascerà poi uno spontaneo perdono (vv.25-26): perché lo sguardo di chi ha lasciato introdurre energie inattese è già spostato ben oltre il dispetto ricevuto, o addirittura proprio quest’ultimo ne è stato la feconda matrice.
Fede e Preghiera non sono dunque (come nella vita pia normalizzata e banale) realtà intimiste e paludose, bensì propulsive di novità grandi - addirittura epocali.
L’ultimo soggiorno di Gesù a Gerusalemme porta con sé le parole sacre e inviolabili del suo Testamento critico, e del giudizio sulla terra infedele (ma osservante) della Giudea - sleale con la sua stessa chiamata d’un tempo.
Anche da Risorto, Gesù sceglierà la Galilea (16,7).
I simboli di vita salvata (vita da salvati) per tutti i popoli della terra si sono isteriliti, chiudendosi nel proprio mondo di prescrizioni, senza frutto delicato - se non d’apparenze.
Addirittura impedendo l’accesso alla «casa di preghiera per le moltitudini» (v.17).
È il paragone fra Tempio e Persona, dottrina e Fede, disciplina e comportamento, presunzione e autentico Incontro.
Confronto analogo a quello ancora tutto attuale fra istituzione e unicità, rappresentazione e realtà, bandiera e “sacramento” (generoso).
Dice il Tao Tê Ching (XLIX): «Il Santo non ha un cuore immutabile: ha per cuore il cuore dei cento cognomi (...) Il Santo sta nel mondo tutto timoroso, e per il mondo rende promiscuo il suo cuore».
A commento, aggiunge il maestro Ho-shang Kung: «Il Santo rende promiscuo e intorbida il suo cuore, come se fosse stupido e insipiente».
Per la fede biblica - acutamente personale - ciò che vale davvero è scoprire Dio che si rivela sulla propria strada (anche fatta di elementi vili e opposti).
Quindi cedere e lasciarsi condurre - non rappresentarlo con magnifiche e vuote esibizioni.
Liberazione e Personalizzazione: differenza tra religiosità e Fede
Piccola Casa di Dio o luogo di affari? Non si mercanteggia più
(Lc 19,45-48)
Gesù nota che attorno all’attività che si svolgeva nei perimetri del Tempio si era articolata tutta un’ambigua struttura di peccato.
La smania affaristica del Santuario non era neppure nascosta - anzi, addirittura lo fronteggiava.
Ma le prospettive sacerdotali del santo tributo e gli orizzonti di vita piena del popolo confliggevano.
Idem per gli scopi di giuristi e dottori, che volentieri si affollavano in specie sotto il portico di Salomone [dall’altra parte, verso est] a “concedere” consulenze.
L’esclusiva funzione di favorire l’incontro con la presenza di Dio veniva totalmente mortificata.
L’area sacra era divenuta covo di astuti mercanti, affaristi perennemente a caccia, sempre intenti a cambiar valuta.
Ciò col beneplacito della setta dei dominanti sadducei, che non sapevano resistere alla tentazione di tirare le fila dei lauti commerci.
Cacciando i falsi amici del Padre soccorrevole, parassiti della religiosità, il Signore non si orienta tanto a risarcire la purezza del Luogo, né a rabberciare e riproporre lo smalto del sobrio culto originario - come pur volevano i Profeti.
Rende un servizio santo non al Dio antico (come nelle religioni) bensì alla gente - da quel sistema [o groviglio] resa totalmente inconsapevole della propria dignità vocazionale: solo incatenata, munta, e tosata.
Infatti gli Zeloti puntavano a restaurare la purezza dei riti. Immaginavano in qualche modo di poterne recuperare la coerenza.
Gli Esseni avevano invece del tutto abbandonato il Tempio. Essi consideravano la vergognosa situazione ormai compromessa.
Giovanni il Battezzatore aveva operato il medesimo distacco.
Sebbene di stirpe sacerdotale, predicava al popolo il perdono dei peccati attraverso una conversione di vita, non mediante i sacrifici della liturgia [solo in Gerusalemme].
L’autentico Angelo dell’Alleanza era invece definitivamente intransigente, assai più radicale di tutti loro!
Infatti secondo i primissimi cristiani, che pur rifrequentavano il Tempio, il luogo dell’incontro con Dio, la terra dalla quale irradiava il suo Amore, non era più legata ad aspetti materiali.
Neppure in sé religiosi; tantomeno impregnata di osservanze dottrinali, codici moralisti, o visioni del mondo unilaterali.
In tal guisa, anche per noi la Presenza divina e la sua Comunione non si colgono nella mitica purità, nell’antica magnificenza, negli sforzi perfezionisti - o nell’adesione à la page.
Il servizio a Dio è onore della donna e dell’uomo così come e dove sono: il sacro rispetto parte da un Dono che già attraversa la nostra vita. Le opinioni non servono.
L’Amico sconosciuto vuole dimorare in noi non per appropriarsi, ma per fondersi e dilatare le capacità relazionali e qualitative. Quelle nostre, non altrui o a contorno.
In Cristo, dall’obbedienza a norme più o meno datate [fossero anche futuribili] passiamo allo stile di Somiglianza personale. Ciò che edifica Santuari viventi.
L’onore al Padre si realizza non nei dettagli o nello spirito di corpo già dettato, bensì nei figli e figlie, comunque - se vivono in fraternità.
Questo avviene in specie quando essi assimilano l’Insegnamento di Gesù [sulla Grazia] (v.47).
Così nel tempo, da Lui stesso imparano la convivialità, e insieme sono incoraggiati a dialogare con la loro eccezionale e irripetibile Vocazione, la quale avvince perché corrisponde davvero.
E l’intima convinzione è sola, incomparabile e preziosa energia di valenza trasformatrice - che porta a non recedere da se stessi, dalla propria eccezionalità, né soprassedere la realtà dei fratelli.
Piuttosto induce a fare Esodo, esplorare nuove condizioni dell’essere, trasfigurare la percezione in azione beata.
Solo da qui, deriva la coesistenza.
E Peccato resta sì deviazione, ma non più trasgressione alla legge - bensì incapacità a corrispondere alla Chiamata che caratterizza, che sprigiona e potenzia una sorprendente unicità di Relazione.
La prima Tenda di Dio è dunque l’umanità stessa, il suo cuore pulsante - non uno spazio di pietre e mattoni, fisso, delimitato, o fantasioso… da ornare con sovraggiunte.
Entrato in Gerusalemme, il Maestro prende possesso della Casa celeste - che non è il Tempio, bensì il Popolo.
Per questo Egli caccia fuori dall’immaginifico sacrale inculcato agli ingenui, proprio i tratti più diseducativi del festival - e specialmente insegna ai malfermi, a sentirsi già adeguati!
Incredibile: a ciascuno Cristo cambia l’atmosfera mentale.
Il Signore vero non insegna a entrare in armature abitudinarie o astratte e formali, accette al contorno ma distanti da noi stessi, dalle creature.
Piuttosto, stimola a non frenare la nostra vera natura con delle cappe di costume [datate o meno] secondo le quali “non è mai abbastanza”.
Dietro la nostra essenza caratteriale si cela una Chiamata feconda, irripetibile, singolare; dai risvolti visuali e sociali che non sappiamo.
Come siamo - proprio così - andiamo bene.
Non c’è bisogno di esorcizzare nulla del nostro essere profondo, che spontaneamente manifesta i suoi disagi compressi e le corrispondenze gioiose, anche nelle eccentricità esteriori.
Piuttosto, ogni domesticazione convenzionale epidermica, di adattamento, o astuta, soffoca il nucleo della Chiamata per Nome - autentica Guida, impulso dello Spirito.
Il nostro mondo interno non va istericamente considerato alla stregua di un pericoloso estraneo da riconfigurare.
Le radici innate e la nostra energia naturale hanno il diritto di fiorire e prevalere sulle maniere o idee comuni: sono traccia sperimentale del Divino.
In esse sussiste un legame Personale.
La rivendicazione del Signore è immediatamente contrastata dall’ostilità dei paludati, interessati al dare-avere di quel teatrino manierista.
Lo fanno passare per squilibrato, da eliminare subito: sognatore pericolosissimo, perché attiva e valorizza le anime, invece della struttura di mediazione.
Ecco la condanna impartita dai “grandi” in società: esito d’ogni operazione di verità.
Così si cerca di appannare qualsiasi tentativo d’emancipazione dei vessati nello spirito, nel nucleo di sé - sia per paura di Dio che per ossessione d’indegnità.
Ma nella realtà attuale, che ci tallona, il Risorto continua a demitizzare l’eccessiva preoccupazione per i luoghi identificati, le “alture” di carattere stanziale e materiale.
Coi loro risvolti che non nutrono in modo pieno e stabile - viceversa diventano un tarlo.
Insomma, bisogna cambiare approccio.
È Lui stesso il punto essenziale del culto all’Eterno.
In tale luce di Persona nella sua Persona, ciascuno può abbracciare proposte che non sono altrui e intruse; che non risulteranno zavorra.
E prestigio autentico della Chiesa sarà far echeggiare l’Annuncio che libera e piace davvero.
Provocando ovviamente le medesime tensioni mercantili; cartina al tornasole della nostra azione divina.
Per opera di apostoli impauriti dalle maniere spicce delle autorità, e forse essi stessi proni al compromesso - il magnifico santuario che Gesù aveva esplicitamente definito come una tana di marpioni ridiventerà il centro dell’assemblea ecclesiale [Lc 24,53; At 5,12].
Provvederà in modo più efficace… non la coscienza che brucia, bensì la tragica storia della città santa, a farne tramontare l’eccesso d’importanza.
Anche oggi: il fantasmagorico culmine antico sta diventando periferia, decade. E a ritrovarsi, facciamo difficoltà.
Occasione da non perdere per procedere in modo vivo e singolare, in sintonia con un sempre nuovo insegnamento sull’Amore inedito, che prende il nostro passo.
È l’Appello bruciante de «il Monte», che centra sulla passione: proprio sul Desiderio.
Non più un severo richiamo ai “no” delle grandi apparenze - ma finalmente Ascolto della Voce nell’anima, che stupisce (v.48).
Autentico sacro del tempio.
L’insegnamento di Gesù nel luogo venerando viene presentato da Lc 19,47 come duraturo: «stava insegnando ogni giorno» [testo greco].
Attraverso la Parola che non resta in alto ma partecipa della nostra umanità (finalmente spalancata) Egli ritrova anche oggi il suo Tempio.
Dimora sgombrata da vetusti e nuovi cacciatori.
Egli brama solo il suo Popolo - donne e uomini liberati dalla spelonca di briganti [Ger 7,11; Lc 19,46] che ancora tenta di penetrare la nostra qualità di relazione.
Parafrasando l’enciclica Fratelli Tutti (n.226) volentieri ribadiamo con Papa Francesco: «non c’è più spazio per diplomazie vuote, per dissimulazioni, discorsi doppi, occultamenti, buone maniere che nascondono la realtà» (irritante) dei soci in affari con Dio.
La spazzatura va eliminata. La posta in palio è troppo alta e personale.
Con ciò che non corrisponde, anche dal punto di vista culturale, sociale e spirituale, non si mercanteggia più.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Hai ancora bisogno di tempi stabiliti, luoghi ritagliati, gesti di espiazione e propiziazione, o con Dio senti una relazione vivente?
Qual è la tua Casa di Preghiera?
Chiese di servizio, non supermercato.
Il più importante tempio di Dio è il nostro cuore
«Chiese di servizio, chiese gratuite, come è stata gratuita la salvezza, e non “chiese supermercato”»: non ha usato giri di parole Papa Francesco nel riproporre l’attualità del gesto di Gesù di scacciare i mercanti dal tempio. E «vigilanza, servizio e gratuità» sono le tre parole chiave che ha rilanciato nella messa celebrata venerdì 24 novembre a Santa Marta.
«Ambedue le letture della liturgia di oggi — ha spiegato il Pontefice — ci parlano del tempio, anzi della purificazione del tempio». Prendendo spunto dal passo del primo libro dei Maccabei (4, 36-37.52-59), il Papa ha fatto notare come «dopo la sconfitta della gente che Antioco Epìfane aveva inviato per paganizzare il popolo, Giuda Maccabeo e i suoi fratelli vogliono purificare il tempio, quel tempio dove ci sono stati sacrifici pagani e ripristinare la bellezza spirituale del tempio, il sacro del tempio». Per questo «il popolo era gioioso». Si legge infatti nel testo biblico che «grandissima fu la gioia del popolo, perché era stata cancellata l’onta dei pagani». Dunque, ha aggiunto il Papa, «il popolo ritrova la propria legge, si ritrova con il proprio essere; il tempio diventa, un’altra volta, il posto dell’incontro con Dio».
«Lo stesso fa Gesù quando scaccia quelli che vendevano nel tempio: purifica il tempio» ha affermato Francesco, richiamandosi al passo evangelico di Luca (19, 45-48). Così facendo il Signore rende il tempio «come deve essere: puro, solo per Dio e per il popolo che va a pregare». Ma, da parte nostra, «come purificare il tempio di Dio?». La risposta, ha detto il Papa, sta in «tre parole che possono aiutarci a capire. Prima: vigilanza; seconda: servizio; terza: gratuità».
«Vigilanza», dunque, è la prima parola suggerita dal Pontefice: «Non solo il tempio fisico, i palazzi, i templi sono i templi di Dio: il più importante tempio di Dio è il nostro cuore, la nostra anima». Tanto che, ha fatto presente il Papa, san Paolo ci dice: «Voi siete tempio dello Spirito Santo». Dunque, ha rilanciato Francesco, «dentro di noi abita lo Spirito Santo».
E proprio «per questo la prima parola» proposta da Francesco è, appunto, «vigilanza». Da qui alcune domande per un esame di coscienza: «Cosa succede nel mio cuore? Cosa succede dentro di me? Come mi comporto con lo Spirito Santo? Lo Spirito Santo è uno in più dei tanti idoli che io ho dentro di me o ho cura dello Spirito Santo? Ho imparato a vigilare dentro di me, perché il tempio nel mio cuore sia solo per lo Spirito Santo?».
Ecco, allora, l'importanza di «purificare il tempio, il tempio interiore, e vigilare» ha affermato il Papa. Con un invito esplicito: «Stai attento, stai attenta: cosa succede nel tuo cuore? Chi viene, chi va... Quali sono i tuoi sentimenti, le tue idee? Tu parli con lo Spirito Santo? Ascolti lo Spirito Santo?». Si tratta, perciò, di «vigilare: stare attenti a cosa succede nel tempio nostro, dentro di noi».
La «seconda parola è servizio» ha proseguito il Pontefice. «Gesù — ha ricordato — ci fa capire che lui è presente in un modo speciale nel tempio di quelli che hanno bisogno». E «lo dice chiaramente: è presente negli ammalati, quelli che soffrono, negli affamati, nei carcerati, è presente lì». Anche per la parola «servizio» Francesco ha suggerito alcune domande da porre a se stessi: «So custodire quel tempio? Mi prendo cura del tempio con il mio servizio? Mi avvicino per aiutare, per vestire, per consolare quelli che hanno bisogno?».
«San Giovanni Crisostomo — ha fatto notare Francesco — rimproverava quelli che facevano tante offerte per ornare, per abbellire il tempio fisico e non prendevano cura dei bisognosi: rimproverava e diceva: “No, questo non va bene, prima il servizio poi le ornamentazioni”». Insomma, siamo chiamati a «purificare il tempio che sono gli altri». E per farlo bene, occorre domandarci: «Come io aiuto a purificare quel tempio?». La risposta è semplice: «Con il servizio, con il servizio ai bisognosi. Gesù stesso dice che lui è presente lì». E «lui è presente lì — ha spiegato il Papa — e quando noi ci avviciniamo a prestare un servizio, ad aiutare, assomigliamo a Gesù che è lì dentro».
Francesco, a questo proposito, ha confidato di aver «visto un’icona tanto bella del Cireneo che aiutava Gesù a portare la croce: guardando bene quell’icona, il Cireneo aveva la stessa faccia di Gesù». Dunque, «se tu custodisci quel tempio che è l’ammalato, il carcerato, il bisognoso e l’affamato, anche il tuo cuore sarà più simile a quello di Gesù». Proprio «per questo custodire il tempio significa servizio».
«La prima parola, vigilanza» ha riepilogato il Pontefice, esprime qualcosa che «succede dentro di noi». Mentre «la seconda parola» ci porta verso il «servizio ai bisognosi: quello è purificare il tempio». E «la terza parola che mi viene in mente — ha proseguito — leggendo il Vangelo è gratuità». Nel brano del Vangelo, Gesù dice: «La mia casa sarà casa di preghiera. Voi invece ne avete fatto un covo di ladri». Proprio tenendo in mente queste parole del Signore, ha affermato il Papa, «quante volte con tristezza entriamo in un tempio — pensiamo a una parrocchia, un vescovado — e non sappiamo se siamo nella casa di Dio o in un supermercato: ci sono lì i commerci, anche c’è la lista dei prezzi per i sacramenti» e «manca la gratuità».
Ma «Dio ci ha salvato gratuitamente, non ci ha fatto pagare nulla» ha insistito il Pontefice, invitando a essere di aiuto «affinché le nostre chiese, le nostre parrocchie non siano un supermercato: che siano casa di preghiera, che non siano un covo di ladri, ma che siano servizio gratuito». Certo, ha aggiunto il Papa, qualcuno potrebbe obiettare che «dobbiamo avere dei soldi per mantenere la struttura e anche dobbiamo avere dei soldi per dare da mangiare ai preti, ai catechisti». La risposta del Pontefice è chiara: «Tu da’ con gratuità e Dio farà il resto, Dio farà quello che manca».
«Custodire il tempio — ha affermato, dunque, Francesco — significa questo: vigilanza, servizio e gratuità». Anzitutto «vigilanza nel tempio del nostro cuore: cosa succede lì, stare attenti perché è il tempio dello Spirito Santo». Poi «servizio ai bisognosi» ha ripetuto, suggerendo anche di leggere il capitolo 25 del vangelo di Matteo. Servizio anche «agli affamati, agli ammalati, ai carcerati, a quelli che hanno bisogno perché lì è Cristo», sempre con la certezza che «il bisognoso è il tempio di Cristo».
Infine, ha concluso il Papa, il «terzo» punto è la «gratuità nel servizio che si dà nelle nostre chiese: chiese di servizio, chiese gratuite, come è stata gratuita la salvezza, e non “chiese supermercato”».
[Papa Francesco, s. Marta, in L’Osservatore Romano 25/11/2017]