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Set 28, 2026 Scritto da 
Art'working

27a Domenica T.O.

27a Domenica T.O. (anno A)

(Is 5,1-7)

 

1Voglio cantare per il mio diletto il mio cantico d'amore per la sua vigna. Il mio diletto possedeva una vigna sopra un fertile colle.
2Egli l'aveva dissodata e sgombrata dai sassi e vi aveva piantato viti pregiate; in mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. Egli aspettò che producesse uva; essa produsse, invece, acini acerbi.
3E ora, abitanti di Gerusalemme e uomini di Giuda, siate voi giudici fra me e la mia vigna.
4Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Perché, mentre attendevo che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi?
5Ora voglio farvi conoscere ciò che sto per fare alla mia vigna: toglierò la sua siepe e si trasformerà in pascolo; demolirò il suo muro di cinta e verrà calpestata.
6La renderò un deserto, non sarà potata né vangata e vi cresceranno rovi e pruni; alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia.
7Ebbene, la vigna del Signore degli eserciti è la casa d'Israele; gli abitanti di Giuda sono la sua piantagione preferita. Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi.

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Questo è un passo celebre di Isaia. “Il mio diletto” è Dio. La vigna indica Israele. Gesù stesso si servì di questa similitudine e la consacrò nella parabola di Mt 21,33-43, che ricorda proprio questo passo di Isaia. Dio si esamina, si giudica, si chiede: quanto grande è stato il mio amore per la vigna? Ho fatto tutto quanto era da fare? Ho tralasciato qualcosa? Se la  risposta  è  positiva,  esauriente,  potrà  procedere  per  il  giusto  giudizio, altrimenti dovrà ritardarlo. Solo dopo aver esaminato tutta la profondità del suo amore, può dare il suo giusto giudizio. Dove non vi è pienezza di amore, mai vi potrà essere giudizio giusto. Nessuno potrà accusare Dio di essere stato inadempiente.

Il “mio diletto” possedeva una vigna sopra un fertile colle. Dio, il diletto d’Israele, aveva piantato bene la sua vigna. Il luogo era perfetto. Il colle era fertile. Dio non aveva sbagliato luogo per la piantagione. Sbagliare il luogo significa condannare la vigna a non produrre frutti. Dio ha piantato la sua vigna nel luogo ideale.

Nel v. 2 il Signore si esamina sulla perizia della coltivazione. Il luogo è perfetto, è fertile. Il terreno promette bene. Egli l’aveva dissodato e sgombrato dai sassi, cioè l'aveva preparato, dandogli la Torah. “Sgombrata di sassi”... questi sassi simboleggiano le varie popolazioni che si trovavano nella terra di Canaan prima di Israele. Il Signore vi aveva piantato viti pregiate, non si era limitato a prendere viti qualsiasi. In mezzo vi aveva costruito una torre e scavato anche un tino. La torre rizzata nel mezzo della vigna è evidentemente il tempio che sorgeva a Gerusalemme, nel centro del paese. Tutto è perfetto. Ora si deve attendere solo di raccogliere i frutti. Aspettò, ma invece di produrre uva, produsse acini acerbi. È la delusione! L’amarezza!

Nel v. 3 il Signore chiede agli abitanti di Gerusalemme e agli uomini di Giuda che facciano da arbitro tra lui e la vigna. Chiede al suo popolo che lo aiuti nella ricerca della verità. Il Signore vuole che anche il suo popolo dica cosa pensa di Lui. Nessuno dovrà accusarlo di essere giudice ingiusto. Dio prende come giudici e arbitri gli stessi colpevoli.

Il Signore chiede un giudizio sulla sua opera (v. 4). Dio ha fatto tutto quello che poteva fare per la salvezza dei peccatori. Che cosa dovevo fare ancora alla mia vigna che io non abbia fatto? Qualcuno sa dirmi qualcosa? Questo esame di coscienza dovrebbe essere di ogni papa, vescovo, presbitero, discepolo di Gesù. Quando avremo esaurito tutte le riserve del nostro amore, solo allora potremmo dire che siamo innocenti dinanzi a coloro che si perdono. Dio ha fatto tutto. Perché allora, mentre attendeva che producesse uva, essa ha prodotto acini acerbi? Ora è la vigna che deve rispondere. Dio ha fatto tutto. La vigna non ha prodotto nulla. Inutile coltivarla ancora. Sarebbe uno spreco di tempo. Se non c'è altro che il Signore possa fare, quale speranza rimane?

Ecco ora la decisione del Signore (v. 5): annuncia i prossimi castighi che invierà loro. Senza siepe non vi sarà più alcuna protezione, gli animali entreranno liberamente e brucheranno le viti. In altre parole, Dio ritirerà agli Israeliti la sua protezione e una volta che egli non difenderà più la loro terra, i nemici vi entreranno e saccheggeranno ogni cosa. Demolirà il suo muro di cinta e verrà calpestata. Tutti possono entrare in essa. La vigna è senza alcuna protezione. Tutti la possono calpestare, e quello che non è calpestato, inselvatichisce. Se il Signore non custodisce la sua vigna, per essa non vi è alcuna forma di vita. Dio ritira la sua grazia da coloro che se ne sono resi indegni, affinché, non avendo voluto riconoscere la sua bontà, provino il rigore della sua giustizia.

Israele, popolo privilegiato, si è mostrato talmente ingrato che Dio, ormai stanco, decide di abbandonarlo e ne decide la rovina: “Alle nubi comanderò di non mandarvi la pioggia”. Senza pioggia è la fine della vigna. Il Signore ha riversato su di essa tutto il suo amore. Non ha altro da dare. Nell’Antico Testamento ha dato tutto. Nel Nuovo Testamento dona il suo Figlio Unigenito dalla Croce. Ha finito il Signore di dare? No. Ora in Cristo vuole dare ogni altro suo figlio. Finché vi sarà un solo cristiano sulla terra, Dio ne vorrà fare un atto di amore per la sua vigna.

Nel v. 7 il Signore lascia l’allegoria, il simbolo, ed entra nella realtà. Rivela chi è la sua vigna. La sua vigna è la casa di Israele. Questa è la vigna che Dio aveva piantato. Dal suo popolo Dio si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue. Attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi. Anziché i suoi figli amarsi come veri fratelli, si erano messi l’uno contro l’altro. Avendo il popolo rinnegato il Signore, ha rinnegato se stesso, e tutti coloro che sono ingiustamente oppressi gridano.

“Egli si aspettava giustizia ed ecco spargimento di sangue, attendeva rettitudine ed ecco grida di oppressi”.

“Giustizia” in ebraico è mišpāṭ, “spargimento di sangue” è miśpāḥ, le due parole sembrano e suonano uguali. Analogamente “rettitudine” è ṣeḏāqāh, e “grida di oppressi” è ṣe‘āqāh. La facciata sembrava reggere, ma il popolo stava violando la legge del Signore. 

 

 

 Argentino Quintavalle, autore dei libri 

- Apocalisse – commento esegetico 

- L'Apostolo Paolo e i giudaizzanti – Legge o Vangelo?

  • Gesù Cristo vero Dio e vero Uomo nel mistero trinitario
  • Il discorso profetico di Gesù (Matteo 24-25)
  • Tutte le generazioni mi chiameranno beata
  •  Cattolici e Protestanti a confronto – In difesa della fede
  •  La Chiesa e Israele secondo San Paolo – Romani 9-11

 

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8 Ultima modifica il Lunedì, 28 Settembre 2026 11:43
Argentino Quintavalle

Argentino Quintavalle è studioso biblico ed esperto in Protestantesimo e Giudaismo. Autore del libro “Apocalisse - commento esegetico” (disponibile su Amazon) e specializzato in catechesi per protestanti che desiderano tornare nella Chiesa Cattolica.

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