11ma Domenica del tempo Ordinario (anno A) [14 Giugno 2026]
Prima Lettura dal libro dell’Esodo (19,2-6a)
Questo brano dell’Esodo descrive il momento in cui Dio sta per stabilire l’Alleanza con Israele sul Sinai. Prima di dare i comandamenti, Dio ricorda al popolo ciò che ha già fatto per lui: lo ha liberato dall’Egitto e lo ha sempre guidato con amore e cura. L’immagine dell’aquila che porta i piccoli sulle proprie ali esprime bene il modo in cui Dio accompagna il suo popolo: non per renderlo dipendente, ma per educarlo alla libertà, come un genitore che insegna ai figli a camminare da soli. Anche il Deuteronomio presenta Dio come un’aquila che protegge, sostiene e istruisce i suoi piccoli. Su questa esperienza di amore e liberazione si fonda l’Alleanza: la fiducia del popolo nasce dal fatto che Dio ha già dimostrato la sua fedeltà. Per questo, nella Bibbia, la liberazione precede sempre i comandamenti. Dio promette a Israele: Sarete la mia proprietà particolare fra tutti i popoli, perché tutta la terra appartiene a me; sarete per me un regno di sacerdoti e una nazione santa. L’elezione di Israele non è pertanto un privilegio da vantare, ma una missione ricevuta per imparare ad amare. Israele è stato scelto non perché più forte o numeroso, ma perché amato da Dio. Con il tempo, il popolo comprenderà meglio che Dio non è soltanto il Dio d’Israele, ma il Signore della terra. La vocazione di Israele è quindi universale: essere segno della presenza di Dio per tutti i popoli. L’espressione “regno di sacerdoti, nazione santa” indica che tutto il popolo è consacrato a Dio. Questa idea sarà ripresa dal Cristianesimo: secondo l’apostolo Pietro, tutti i battezzati partecipano a un “sacerdozio regale” e sono chiamati ad annunciare le meraviglie di Dio. Il messaggio centrale è che Dio libera, educa alla libertà e chiama il suo popolo a vivere una relazione di fiducia con Lui, non come privilegio esclusivo, ma come servizio e testimonianza per il bene di tutti.
Salmo responsoriale (99/100)
Questo Salmo è stato composto per accompagnare un sacrificio di ringraziamento nel Tempio di Gerusalemme. Già dalle sue parole emerge un clima liturgico: il popolo è invitato a lodare Dio, servirlo con gioia e ad entrare nella sua presenza per rendergli grazie. Il tema centrale del Salmo è pertanto l’Alleanza tra Dio e Israele. Ogni versetto richiama la memoria della liberazione dall’Egitto e dell’amore fedele con cui Dio ha scelto e guidato il suo popolo. Per Israele, rendere grazie significa anzitutto ricordare che Dio l’ha liberato quando era schiavo in Egitto e l’ha trasformato in un popolo. Ha stretto poi con questo popolo un patto di comunione. L’invocazione “Acclamate il Signore, voi tutti della terra” proclama che Dio è il vero Re e anticipa il giorno in cui tutta l’umanità riconoscerà la sua signoria. Israele comprende così che la sua elezione non è un privilegio esclusivo, ma una missione al servizio di tutti i popoli. L’espressione “Servite il Signore nella gioia” assume quindi un significato particolare: dopo essere stati schiavi in Egitto, gli Israeliti imparano che il servizio a Dio non è schiavitù, ma una libera risposta d’amore. Quando il Salmo afferma “Egli ci ha fatti e noi siamo suoi”, non si riferisce anzitutto alla creazione dell’uomo, ma alla nascita di Israele come popolo dell’Alleanza. Dio ha dato identità e libertà a coloro che erano schiavi e dispersi. Le parole “Noi siamo il suo popolo” richiamano la promessa fondamentale dell’Alleanza: “Voi sarete il mio popolo e io sarò il vostro Dio”. Il Salmo si conclude celebrando due caratteristiche essenziali di Dio: il suo amore eterno e la sua fedeltà senza fine. Nella Bibbia, infatti, “amore e verità o fedeltà” sono le espressioni che meglio descrivono il rapporto di Dio con il suo popolo. Il credente è chiamato a riconoscere il Signore come unico Dio, ricordando con gratitudine la sua opera di liberazione e confidando nel suo amore e nella sua fedeltà che durano per sempre.
Seconda Lettura dalla Lettera di san Paolo apostolo ai Romani (5, 6-11)
Per san Paolo, la venuta di Gesù Cristo segna una svolta decisiva nella storia dell’umanità. Prima di Cristo, l’uomo, schiavo del peccato, non era capace di ritrovare da solo la strada verso Dio e si allontanava sempre più da Lui. La grande notizia del Vangelo è che Cristo ci ha rimessi sulla via giusta. Paolo afferma che siamo stati giustificati e riconciliati con Dio non per i nostri meriti, ma per pura grazia. È un dono gratuito: Dio prende l’iniziativa e offre la salvezza a tutti attraverso Gesù Cristo. L’espressione “Cristo è morto per noi” non significa che Dio abbia voluto o richiesto la morte violenta del Figlio come compensazione per i peccati dell’umanità. Dio è amore e non agisce secondo una logica di debiti e pagamenti. La morte di Gesù va compresa come la conseguenza della sua totale fedeltà alla missione ricevuta: annunciare l’amore, il perdono, la nonviolenza e la misericordia di Dio. Come un uomo che rischia la vita per salvare gli altri, Gesù ha accettato il rischio di essere rifiutato. È stato ucciso dagli uomini, vittima dell’odio e della violenza, non per volontà di Dio. Fino alla fine, però, ha continuato a testimoniare il perdono. Guardando alla croce, scopriamo allora il vero volto di Dio: non un Dio irato che cerca vendetta, ma un Dio di amore e di misericordia. In Gesù che perdona anche i suoi persecutori, si manifesta pienamente la bontà del Padre. La riconciliazione di cui parla Paolo consiste proprio nel superamento della sfiducia verso Dio, quella stessa sfiducia rappresentata da Adamo. Grazie allo Spirito Santo, l’uomo può finalmente vivere in pace con Dio e accogliere il suo amore. Per questo Paolo afferma che l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori: attraverso Cristo siamo nuovamente introdotti nella comunione con Dio e diventiamo suoi figli. La salvezza dunque è un dono gratuito di Dio. La morte di Cristo non è un prezzo richiesto da Dio, ma la suprema testimonianza del suo amore e del suo perdono, che ci riconciliano con il Padre e ci aprono una vita nuova.
Dal Vangelo secondo Matteo (9,36-10,8)
Gli uomini dell’Antico Testamento avevano già scoperto che Dio è misericordioso, cioè si china sulla sofferenza umana. Mentre Gesù nel vangelo manifesta la stessa compassione, non si limita però a provare un sentimento di pietà, ma interviene concretamente per guarire e liberare. Per questo la missione di Gesù e dei suoi apostoli è anzitutto una missione di guarigione. Gesù annuncia il Regno di Dio e, nello stesso tempo, ne offre segni visibili: guarisce i malati, libera dagli spiriti maligni e ridona vita e speranza. Quando invia i discepoli, affida loro lo stesso compito: proclamate che il Regno è vicino e combattete il male in tutte le sue forme. Gesù è mosso da compassione non solo per le sofferenze individuali, ma anche per il popolo intero, che vede ”come pecore senza pastore”. In Lui si realizzano le promesse dell’Antico Testamento sul Messia-pastore che avrebbe radunato e guidato il suo popolo. Quando Gesù chiede agli apostoli di rivolgersi anzitutto alle pecore perdute della casa d’Israele, non esclude gli altri popoli, ma ricorda la missione particolare di Israele: essere il primo destinatario della salvezza e poi portarla a tutte le nazioni. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”: in quest’espressione si riassume la vita del credente. Tutto ciò che riceviamo da Dio è infatti gratuito. La sua grazia non si compra e non si merita; è un dono d’amore. Tuttavia, spesso fatichiamo ad accettare questa gratuità e pensiamo di dover “guadagnare” il favore di Dio. Come Dio dona gratuitamente, così anche noi siamo chiamati a dare gratuitamente. Ciò significa aiutare, servire, amare e perdonare senza cercare ricompense, riconoscimenti o vantaggi personali. Addirittura Gesù invita i suoi discepoli ad amare senza condizioni persino i nemici e a non aspettare che gli altri meritino il nostro aiuto. Chi ha sperimentato il perdono gratuito di Dio è chiamato a diventare a sua volta strumento di perdono e di misericordia. Infine, Gesù insegna la fiducia: ha scelto apostoli molto diversi tra loro e ha affidato loro una grande missione senza pretendere garanzie. Così anche oggi Dio continua a chiamare persone fragili per collaborare alla sua opera. In fondo comprendiamo che il Regno di Dio si realizza malgrado le nostre fragilità e talora tradimenti. Si manifesta anche attraverso la guarigione, la compassione e soprattutto nella vittoria sul male. Chi ha ricevuto gratuitamente l’amore di Dio è chiamato a donarlo agli altri con la stessa gratuità, fiducia e misericordia, nella certezza che è Dio artefice di tutto e noi siamo solo strumenti nelle sue mani.
+Giovanni D’Ercole