La difesa del gregge minuto, e il Popolo tutto che diventa Pastore
(Gv 10,11-18)
All’inizio del cap.10 Gv mette a nudo la differenza tra pastore vero e ladro [falsi maestri rapaci e profittatori cui non interessa la vita altrui].
L’autentica guida ha a cuore il gregge minuto, si espone per difenderlo e farlo prosperare; lo conduce ad abbeverarsi, e in verdi pascoli.
Così, dalla similitudine iniziale della Porta, Gesù passa al paragone del Pastore che difende il gregge errante e facile preda di prepotenti.
La gente coglie d’istinto chi è la vera guida, nelle variazioni di stagione e nella transumanza: ne ha percezione esistenziale immediata, vibrante.
Donne e uomini del popolo hanno sempre un discernimento pratico assai più affidabile di quello artificioso, sprezzante, delle autorità ufficiali che suppongono di sé.
Nessuno di loro avrebbe dato o rischiato nulla per la vita del gregge affidato, che ritenevano ignorante, segnato a vita; maledetto (Gv 7,49. 9,34).
Forte di tale finezza d’intelligenza concreta, ecco la mèta cui Gesù mira nel Dono di sé: sarà il Popolo stesso a diventare Pastore (v.16b).
Quindi anche il gregge-pastore di Cristo non schiverà i colpi, né sarà passivo e conformista - bensì come Lui: audace e battistrada.
In tale sorpresa si aggiunge un’ulteriore apertura d’orizzonte, che chiameremmo di ecclesiologia universale.
Prospettiva inquietante per opportunisti e installati sazi degli “edifici” allestiti dalla religione - e dal suo indotto - allarmati unicamente per quelli costruiti nella Fede.
Ma il Signore ci strappa dai lupi.
In aggiunta, non si limita alle folle che gli sono vicine.
La chiamata e la cura del Pastore autentico valica qualsiasi confine; non solo quello artefatto e mestierante del Tempio.
La vocazione di Dio riguarda persino le persone ancora lontane da recinti sacri (v.16a testo greco), anch’esse valutate membri necessari e a pieno titolo del suo Popolo.
Il nuovo principio di appartenenza è l’Ascolto (v.3): immediatezza anche delle proprie intime e naturali istanze di vita.
Ciò vale più di un’anima già ripulita dagli errori, o di una folla impeccabile.
Tale il preludio creaturale e spontaneo di mutua Comunione [convivialità delle differenze] che soppianta le appartenenze religiose antiche.
«Il Pastore, quello bello, dà la propria vita per le pecore» (v.11): Egli ha uno stile che capovolge la catena di comando avida e piramidale.
Le fraternità di Fede viva avevano ben compreso che l’esistere nello Spirito del Cristo e la vita dell’anima avevano risvolti inattesi - del tutto incompatibili con l’attaccamento all’effimero che le autorità ufficiali si concedevano.
L’irriverente Luciano di Samosata (120-190) dona uno sprazzo assai significativo di questa originalità - ancora in fieri - che lascia emergere la semplicità, il clima di fiducia reciproca e la qualità di vita dei primi credenti, trascinati dal buon esempio dei responsabili di comunità.
Il noto autore satirico, contrario a superstizioni e credulonerie tra le quali annoverava anche il Cristianesimo, porge una testimonianza indiretta e paradossale del motivo per il quale l’inattesa proposta di Condivisione a partire dai coordinatori di chiesa - così alternativa, incomprensibilmente magnanima e liberale - venisse riconosciuta.
Con linguaggio scanzonato che ancora ci fa pensare alla distanza dall’ideale, malgrado i millenni trascorsi - l’antico scrittore greco-siriano ha acutamente descritto l’impatto concreto della Fede nel vero Dio, la quale notava sempre più diffusa tra la gente.
Gesù voleva che per l’instaurazione di una società alternativa - non verticistica, non esclusiva, anzi capace di felice Convivenza - si facesse leva sul cuore popolare, a partire dalla testimonianza di ‘maestri’ autentici.
In «La morte di Peregrino» [De morte Peregrini, 13] il polemista del II sec. così si esprime:
«Il loro primo Legislatore li persuade che sono tutti fratelli tra loro e, come si convertono, rinnegando gli dei greci, adorano quel sapiente crocifisso, e vivono secondo le sue leggi. Per la qualcosa disprezzano tutti i beni egualmente e li credono comuni e non se ne curano quando li hanno. Perciò se tra loro sorgesse un accorto impostore che sapesse ben maneggiarli, immediatamente diventerebbe ricco, canzonando questa gente credulona e sciocca».
Sembrava una pazzia per l’ideale di uomo ellenista, individualista e facitore di sé, nonché per l’immagine stessa d’un amico di Dio che meritasse gloria e cortigianerie - pertanto suo protetto in “benedizioni” [convinzione che permane purtroppo quasi inalterata].
Ma come si nota fra le righe, le nuove ‘guide’ in Cristo effettivamente stavano iniziando a soppiantare la credibilità degli altri leaders più rinomati in cultura, tuttavia assai meno interessati alla realtà delle persone.
Nella vita dei ‘cristiani’ si rendeva palese un equilibrio, un venirsi incontro, un benessere e una «Via della completezza» affatto diversa da quella dell’antica ‘perfezione’ sterilizzata, unilaterale.