23a Domenica T.O. (anno A) [6 settembre 2026]
Prima Lettura dal libro del profeta Ezechiele (33,7-9)
Il profeta Ezechiele, sacerdote di Gerusalemme nel VI secolo a.C., fu deportato a Babilonia nel 597 a.C. durante la prima deportazione voluta da Nabucodonosor. Visse presso il fiume Chebar, nel villaggio di Tel-Aviv, dove apprese la tragica notizia della caduta di Gerusalemme e della distruzione del Tempio nel 587 a.C. Nonostante queste catastrofi, Ezechiele non perse la speranza. Nei circa vent’anni del suo ministero durante l’esilio, dedicò la sua vita a sostenere il popolo e a mantenere viva la speranza del ritorno. Il nome della moderna città di Tel Aviv richiama proprio il villaggio in cui visse, come omaggio al profeta che contribuì alla sopravvivenza spirituale di Israele. La sua missione si sviluppò su due fronti: aiutare gli esiliati a stabilirsi e sopravvivere; mantenere viva la speranza del ritorno nella terra promessa. Dio gli affidò il compito di essere una sentinella (guardiano) per Israele (Ez 3,17). Come una sentinella che avverte la città del pericolo, Ezechiele doveva trasmettere gli avvertimenti di Dio e invitare il popolo alla conversione. Se avesse taciuto, sarebbe stato responsabile della loro rovina. Tuttavia il popolo spesso ascoltava senza mettere in pratica la Parola di Dio. Le persone apprezzavano la bellezza della sua predicazione, ma non cambiavano vita (Ez 33,31-32). Per questo il profeta sperimentò scoraggiamento, con l’impressione di “predicare nel deserto”. Nonostante ciò, rimase fedele alla sua missione. Ezechiele fu una sentinella in due sensi: attento alla Parola di Dio vigile nell’attendere l’alba della salvezza. Con immagini potenti e grande coraggio annunciò la speranza della rinascita, proclamando la promessa di Dio: Vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio, e vi ricondurrò nella terra d’Israele» (Ez 37,12). Anche quando sembrava che tutto fosse perduto, dopo la caduta di Gerusalemme, Ezechiele continuò ad annunciare che la restaurazione era possibile se il popolo fosse tornato a Dio. Dio infatti non desidera la morte del peccatore, ma la sua conversione: “Perché dovreste morire, casa d’Israele? Convertitevi e vivrete” (Ez 33,11). Il testo si collega all’odierna pagina del Vangelo, in cui Gesù affida ai discepoli una missione simile: vigilare gli uni sugli altri con amore fraterno, correggendo chi sbaglia perché, come insegna anche il Levitico (19,17-18), correggere con carità è autentico atto d’amore perché aiuta il fratello a evitare il male e a ritrovare la strada della vita. Come una sentinella veglia sulla città, così il profeta e ogni discepolo deve vegliare sul bene degli altri.
Salmo Responsoriale (94/95)
L’ultima strofa del Salmo 95/94 richiama l’episodio di Massa e Meriba (Es 17,1-7), quando il popolo d’Israele, nel deserto, rimase senz’acqua e dubitò di Dio. Dopo aver accusato Mosè pensando che Dio volesse lasciarli morire di sete, il Signore fece sgorgare abbondante acqua dalla roccia. Da allora Massa e Meriba sono il simbolo della mancanza di fiducia in Dio. Il Salmo invita: “Oggi, se ascoltate la sua voce, non indurite il cuore”. Questa è la vita di fede e la vera domanda è: “Possiamo fidarci di Dio che è presente nella nostra vita?” La fede è fiducia e credere significa fidarsi. La parola ebraica per indicare la fede è appoggiarsi a Dio e dalla stessa radice deriva “Amen”, che significa “saldo”, “stabile”: è come dire: mi affido completamente a Dio. Per questo il profeta Isaia afferma: Se non crederete, non resterete saldi (Is 7,9). Ascoltare significa fidarsi. L’invito del Salmo: “Oggi ascolterete la sua Parola?”, non chiede solo di udire, ma di accogliere con fiducia. Chi si fida ascolta davvero. Per questo la preghiera dello Shema Israel (Dt 6,4) inizia con: “Ascolta, Israele” e amare Dio con tutto il cuore significa affidarsi totalmente a Lui. Anche il verbo obbedire deriva dall’idea di ascoltare: l’obbedienza biblica non è sottomissione cieca, ma ascolto fiducioso della Parola. La fiducia nasce dall’esperienza. Israele fonda la sua fede sull’esperienza concreta della liberazione dall’Egitto. Se Dio ha liberato il suo popolo dalla schiavitù, non può abbandonarlo nel deserto. Per questo il Salmo proclama: “Acclamiamo la Roccia della nostra salvezza.” La roccia non è immagine poetica: ricorda la roccia da cui Dio fece scaturire l’acqua a Massa e Meriba. Dio è roccia sicura su cui appoggiarsi ed è scelta da rinnovare ogni giorno La parola “Oggi” è fondamentale: ogni giorno è un nuovo inizio; ogni giorno possiamo tornare ad ascoltare Dio e fidarci di Lui. È lo stesso messaggio annunciato da Ezechiele agli esiliati scoraggiati: non perdere la speranza e confidare ancora nel Signore. La fede non è un fatto individuale, ma appartiene a un popolo che cammina insieme verso Dio e per questo il Salmo è sempre al plurale: “Noi siamo il popolo che Dio guida”.. Questa dimensione comunitaria è una caratteristica fondamentale della Bibbia e rappresenta anche una sfida per la Chiesa di oggi. Il testo conclude ricordando che la stessa questione della fiducia attraversa tutta la Bibbia: quando san Paolo invita a riconciliarsi con Dio, chiede di smettere di dubitare delle sue intenzioni; quando Gesù invita a convertirsi e a credere al Vangelo, chiede di credere alla Buona Notizia cioè che Dio ci ama e vuole il nostro bene. Anche il racconto di Adamo ed Eva può essere letto in questa prospettiva: la prova fondamentale non è l’obbedienza esteriore, ma la fiducia che Dio desideri sempre la nostra libertà, la nostra vita e la nostra felicità. La fede consiste nel credere che, anche nelle prove, nelle limitazioni e nelle sconfitte, Dio può far nascere una vita nuova, la libertà e la risurrezione.
Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (13, 8-10)
Se vogliamo trovare un filo conduttore di questo testo è la “doppia fedeltà: buon cittadino e discepolo”. In altre parole, come vivere da cristiani in un mondo non cristiano. Per capire bisogna rimettere il testo nel suo contesto. Dal capitolo 12 della lettera ai Romani, Paolo dà consigli ai cristiani su come vivere da cristiani in un mondo che non è nostro. Vivere da cristiano è fare della vita un “sacrificio santo” (testo di Paolo di domenica scorsa dove aggiunge di non conformarsi alla mentalità mondana, ma trasformarsi rinnovando la mente per discernere qual è la volontà di Dio” (Rm 12,2). Oggi siamo al capitolo 13 e Paolo entra nel concreto della vita sociale, il rapporto con le autorità. Quando si legge tutto il capitolo, si constata con stupore le precisazioni che dà sugli obblighi dei cittadini: il rispetto dei tribunali, il pagamento dell’imposta e delle tasse, la sottomissione a tutte le autorità. In sintesi: un buon cristiano deve essere un buon cittadino “Ciascuno sia sottomesso alle autorità costituite” (Rm 13,1). Siamo franchi, questa indicazione ha dovuto sorprenderne più di uno perché tra Ebrei e Romani c’erano due diverse concezioni del potere. Nel mondo ebraico dell’AT tali parole non avrebbero sorpreso nessuno, perché il potere politico era nelle mani delle autorità religiose; la legge civile non si distingueva dalla Legge di Dio. In quest’ottica Gesù aveva potuto dire alla folla e ai discepoli: “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo” (Mt 23,1-2.) Ma non si poteva dire lo stesso del mondo romano; le autorità in questione erano gli imperatori romani e tutta la gerarchia dei loro governatori, magistrati e soldati, per i quali la volontà di Dio era ovviamente l’ultimo dei pensieri! E se Paolo scrive di con conformarsi a questo mondo, è perché l’ideale della società romana era spesso agli antipodi dell’ideale cristiano. Allora, obbedire a un’autorità immersa nel paganesimo è possibile? Questa domanda è all’origine del nostro testo. Paolo risponde in due punti:
Primo punto: non usare la fede per sfuggire alle responsabilità civili e ragiona così: “Non c’è autorità se non da Dio; e quelle che esistono sono stabilite da Dio” (Rm 13,1) e qui Si risuona Gesù che dice a Pilato: “Non avresti nessun potere su di me, se non ti fosse stato dato dall’alto” (Gv 19,11). Altro argomento: siccome in tutti i Paesi la legge è di norma al servizio della giustizia e difesa dei deboli, Paolo dice: “L’autorità è al servizio di Dio per il tuo bene... è infatti vendicatrice e ministra di Dio per punire chi fa il male” (Rm 13,4). Gli ebrei come i primi cristiani - i Romani non facevano tra loro differenza - erano dispensati dalle leggi romane che urtavano la loro coscienza: per esempio bruciare incenso davanti alla statua dell’imperatore, o fare il servizio militare. Quindi, dice san Paolo di obbedite alle leggi romane poiché non si è esenti dalle leggi contrarie alla religione.
Secondo punto: essere in regola non basta, serve il “debito d’amore”. Non si è buon ebreo o buon cristiano se si è in regola con l’autorità civile perché qui non si arriva fino in fondo alla carità. Questo dice la prima frase della lettura di oggi: “Non siate debitori di nulla a nessuno, se non dell’amore vicendevole” (Rm 13,8). “Non abbiate alcun debito con nessuno” cioè non basta essere in regola con tutti, ma occorre andare oltre. Il senso ultimo della Torah è amare i fratelli, cioè non basta non uccidere, rubare, commettere adulterio perché, osserva san Paolo, tutto questo si riassume in questo: “Amerai il prossimo tuo come te stesso” (Rm 13,9) e questo vuol dire essere in regola con la Legge di Mosè. Paolo aggiunge che occorre una conversione profonda che Paolo indicandola con queste parole “Trasformatevi rinnovando la vostra mente per poter discernere la volontà di Dio: ciò che è buono, a lui gradito e perfetto” (Rm 12,2). La vera novità si scopre quando Cristo al giovane ricco, osservante della Torah, chiede di abbandonare tutto e seguirlo “Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri... poi vieni e seguimi” (Mt 19,21). Scelta che può portare molto lontano!
Dal Vangelo secondo Matteo (18,15-20)
Gesù insegna che la correzione fraterna è salvare la persona, non condannarla. San Paolo nella seconda lettura ci ricorda di non avere debiti con nessuno, se non quello di un amore vicendevole essendo compimento perfetto della Legge l’amore (Rm 13,8.10). Tutto il capitolo 18 del Vangelo di Matteo tratta sotto diversi angoli il compimento di questo amore nelle relazioni all’interno della comunità cristiana. In particolare tocca due temi: la priorità data ai piccoli e ai deboli, e il perdono reciproco. Per introdurre queste raccomandazioni Gesù racconta la parabola della pecora perduta, un’immagine ben nota a chi lo ascoltava e paragona i capi della comunità a pastori delegati dal pastore supremo che è Dio e il Padre celeste non vuole che si perda nessuno di questi piccoli (Mt 18,14). Si tratta del dovere di vigilanza reciproca, secondo il modello che Ezechiele già indicava: “Guai ai pastori d’Israele... (Ez 34,2). Gesù affida ai discepoli vigilanza reciproca, di non lasciare smarrirsi i fratelli e questo dovere è prima di tutto dei responsabili della comunità, i pastori. Ma il dovere di vigilanza reciproca esiste anche all’interno del gregge; non solo i pastori hanno la responsabilità del buon andamento del gregge ma anche le pecore sono responsabili le une delle altre come scrive ancora Ezechiele: “Così parla il Signore Dio: io stesso giudicherò tra pecora grassa e pecora magra.. (Ez 34,20-22). Ezechiele annunciava allora che Dio stesso avrebbe ripreso in mano il suo gregge tramite il suo Messia: “Io susciterò per loro un pastore unico, che le pascerà, il mio servo Davide. Egli le pascerà, egli sarà il loro pastore” (Ez 34,23). Gesù è il buon pastore che conosce le sue pecore e da cui le pecore sono conosciute (cf Gv10) e dà indicazioni per la vita del gregge, in particolare riguardo al sostegno e all’aiuto fraterno perché nessuno “si perda”. Per riprendere chi si perde ci vuole un amore esigente perché se ami realmente qualcuno, sei disposto a tutto per soccorrerlo se è in pericolo. Dio è Amore e siamo chiamati a somigliargli, il che è terribilmente esigente. E se tra i cristiani qualcuno si smarrisce, Gesù indica la via da seguire: prima cercare personalmente il dialogo e fare tutto perché possa raggiungere il gregge e se non riesci alla fine consideralo come pagano e pubblicano, che non significa un’esclusione definitiva. Come allora interpretare la frase: Se non ascolterà neanche la comunità, sia per te come il pagano e il pubblicano? Alla luce di tutto ciò che sappiamo su Gesù e sulla sua accoglienza continua ai pubblicani e ai peccatori, non può trattarsi di un rifiuto definitivo ma del rispetto della libertà di ciascuno... in attesa che Zaccheo o il pubblicano Matteo si converta. Ciò che emerge dalla progressione raccomandata da Cristo è la necessità assoluta del rispetto verso chiunque e in particolare verso chi si dice peccatore e tutti i passi per riannodare la comunione devono essere segnati da una delicata discrezione. Queste sono le regole base della vita nella Chiesa e rispettarle è seme di vita eterna: “In verità io vi dico: tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo” (Mt 18,18). Uno sguardo all’ultima frase: “Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Nelle massime dei Padri Ebrei (i Pirké Avot), leggiamo: “Quando due sono seduti insieme e si occupano delle parole della Torah, la Shekinah, cioè la presenza di Dio è in mezzo a loro” (Avot 3,2).
+Giovanni D’Ercole