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Ago 24, 2026 Scritto da 
Angolo della Pia donna

22a Domenica T.O.

22a Domenica T.O. (anno A) [30 agosto 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Geremia (20,7-9).

Il filo conduttore qui è il dibattito interiore di Geremia: il fuoco della Parola.  La sua è un’esperienza di persecuzione e lacerazione interiore che ha vissuto tutta la vita. E non è il solo: molti altri profeti e, più tardi, Gesù stesso hanno affrontato situazioni simili. Geremia esercitò il ministero nei 40 anni che precedettero il disastro di Gerusalemme nel 587 a.C. e la deportazione a Babilonia. 40 anni di decadenza spirituale. Il suo compito era predire la catastrofe, non per fare l’uccello del malaugurio, ma al contrario nella speranza di ottenere in extremis la conversione del re e del popolo. Non trascura nulla per allertare i contemporanei, se è ancora tempo, ma loro non trascurano nulla per far tacere questo guastafeste. È in questo contesto polemico e angosciante che nascono le confidenze di cui abbiamo letto un brano: le sue “confessioni”. Purtroppo la parola “geremiadi”, che viene da lì, è diventata peggiorativa, ed è ingiusto: le confessioni di Geremia sono magnifiche, piene di dolore sì, ma ancora più piene di fede e passione per la causa del suo Dio. Nel testo di oggi ci consegna il dibattito interiore che si gioca nel profondo: lacerato tra la chiamata di Dio che lo spinge a parlare e la saggezza umana che lo spinge a tacere: «Dicevo: “Non penserò più a lui, non parlerò più nel suo nome!”. Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa; mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo” (Ger 20,9). Mollare significherebbe abbandonare i concittadini al loro triste destino e tradire la fiducia di Dio. Si capisce perché questo testo ci è proposto nella domenica in cui ascoltiamo il Vangelo che segue la confessione di Pietro a Cesarea. Quando Gesù chiese ai discepoli «Voi chi dite che io sia?», Pietro rispose che Gesù era il Messia atteso. Ma subito dopo Gesù svela ai discepoli la sorte che lo attende: Passione, croce, morte, risurrezione (Mt 16,21). Pietro si ribella: Dio non voglia, Signore; questo non ti accadrà mai. Ma Gesù lo tratta da Satana e avverte i discepoli che non saranno stati trattati meglio del Maestro: “Se qualcuno vuole venire dietro a me… (Mt 16,24-25). Questo prova che ogni vero profeta è inevitabilmente fastidioso per le idee di moda del momento. Il fuoco divorante della Parola di Dio che invita alla conversione non è fatto per piacere: «Sono diventato oggetto di scherno tutto il giorno; ognuno si fa beffe di me» confessa Geremia, e non nasconde che a volte ha paura. Sente la gente parlare alle sue spalle e complottare per eliminarlo: “Odo le calunnie di molti” (Ger 20,10). Il profeta è tanto più scomodo perché essendo l’inviato del Signore, questi gli dà la forza di continuare nonostante tutte le persecuzioni, così che non c’è modo di farlo tacere. Si capisce perché la persecuzione è inevitabile. I versetti che precedono la lettura di oggi descrivono un episodio durissimo: Geremia aveva stancato tutti nel Tempio con i suoi rimproveri, tanto che il sacerdote Pascur lo fece legare alla berlina a testa in giù sulla piazza pubblica. Il giorno dopo, quando Pascur stesso venne a scioglierlo pensando che quella punizione l’avesse calmato, Geremia riprese più forte e se la prese proprio con Pascur. Eppure queste confessioni di Geremia, impregnate di dolore, sono insieme ammissione della passione divorante che lo brucia e, alla fine, illumina la sua vita: “Mi hai sedotto, Signore, e io mi sono lasciato sedurre” (Ger20,7). Si lamenta sì, ma non darebbe il suo posto a nessun altro. La Parola era un fuoco ardente nel mio cuore, fuoco divorante che fa pensare al Sal 68/69: “Lo zelo per la tua casa mi ha consumato”, che esprime bene la persecuzione subita da tutti i profeti. Per cominciare, fu il caso del popolo d’Israele, investito di una missione profetica al servizio delle nazioni. Tutta la sua storia ha cercato di restare fedele alla missione e questo gli valse a tratti terribili persecuzioni. Poi fu il caso di tutti i profeti, uno dopo l’altro, poi i primi cristiani imitando Gesù che alla fine ridotto al silenzio. Ma nulla può far tacere la Parola di Dio: Cristo è risorto; e ora sappiamo che verrà un giorno in cui gli uomini ascolteranno la Parola e vi troveranno finalmente la loro luce. 

 

Salmo Responsoriale (62/63) 

Questo salmo fa eco all’esperienza di Geremia, che incontriamo nella prima lettura, il quale viveva una lacerazione interiore e aggressioni continue anche se la sua passione per Dio più forte di tutto lo aiutava a sopportare ogni minaccia e umiliazione. Questo salmo non è stato però composto per parlare di Geremia, è piuttosto come una preghiera che il re Davide avrebbe composto mentre era braccato dai nemici. L’AT riferisce almeno 3 episodi in cui Davide dovette rifugiarsi nel deserto di Giuda: Le prime 2 volte per sfuggire alla follia omicida del re Saul diventato così geloso di Davide da volerlo uccidere. La terza volta fu ancora più drammatica: chi inseguiva e voleva uccidere Davide era il figlio Assalonne, troppo frettoloso di prendere il trono e di affrettare la morte del padre e che aveva già eliminato il fratello maggiore. Davide non capì subito il pericolo e quando capì, era troppo tardi: Assalonne era sul punto di conquistare Gerusalemme; restava una sola soluzione, la fuga. E tutta Gerusalemme vide il suo re, umiliato, fuggire a piedi dalla città santa e salire piangendo il monte degli Ulivi (cf. 2Sam 15,23-28). A Davide si attribuiscono le parole di questo salmo: “Il tuo amore vale più della vita” (v.4). Come è noto il titolo dei salmi non designa l’autore, ad esempio qui il re Davide. Questo salmo in particolare contiene diverse chiare allusioni al Tempio di Gerusalemme che, certo, Davide non conobbe perché il tempio fu costruito solo da suo figlio Salomone. Salmo di Davide» qui significa “alla maniera di Davide, l’assetato di Dio”. La preghiera “Dio, tu sei il mio Dio, all’aurora ti cerco; di te ha sete l’anima mia” può essere stata di Davide, ma è anche quella di tutte le generazioni del popolo eletto da Abramo fino al Giorno della salvezza. Nei periodi più drammatici la preghiera prendeva ancora più forza come durante l’Esilio a Babilonia. Al ritorno dall’Esilio, il popolo rende grazie: “Sì, sei stato il mio aiuto; esulto al riparo delle tue ali”. Sono le ali dei cherubini che ricoprono l’Arca dell’Alleanza nel Santo dei Santi; ma ricordano anche le ali della grande aquila del deserto che protegge la nidiata quando le insegna a volare: e Mosè aveva ripreso quest’immagine per esprimere con quale sollecitudine Dio aveva circondato il suo popolo: «Vi ho portati come su ali d’aquila», aveva detto Dio (cf. Es 19,4; Dt 32,10-11). Poi ci sono stati i periodi ancora più terribili delle persecuzioni nel II sec. a. C del re greco Antioco Epifane quando molti ebrei morirono, in nome della loro fede, proclamando: “Il tuo amore, Signore, vale più della vita”. Questo versetto risuona particolarmente in questa domenica in cui ascolteremo Gesù dire ai suoi discepoli: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà” (Mt 16,25). Questa è la battaglia di tutti i profeti.

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (12,1-2)

“Vi esorto, fratelli, per la tenerezza di Dio”: questo è il tema della lettera ai Romani. I primi undici capitoli trattano i grandi temi della teologia di Paolo e sono esposti a lungo e in profondità: l’universalità del peccato, la giustificazione per fede, il mistero pasquale, l’azione dello Spirito, la salvezza promessa e data a tutti. Ma tutto questo ritorna sempre a un unico soggetto: la tenerezza di Dio. Ora, come in tutte le sue lettere, Paolo trae per i suoi lettori le conseguenze del suo insegnamento: la scoperta dell’immensa tenerezza di Dio non può che sconvolgere, o meglio irrigare d’ora in poi tutta la nostra vita. «Vi esorto, fratelli, per la tenerezza di Dio...». Ciò che dirà ora è in stretto legame con tutto quello che ha scritto fin qui, in particolare nelle ultime righe del capitolo precedente: “Dio vuole usare misericordia a tutti.” che sono seguite dall’inno di ringraziamento che abbiamo letto domenica scorsa: “O profondità della ricchezza, della sapienza e della conoscenza di Dio! Quanto sono imperscrutabili i suoi giudizi e inaccessibili le sue vie!” (Rm 11,32-33).  La risposta logica è offrirsi come “sacrificio vivente, santo”. Dunque, dice san Paolo, non c’è da esitare: a questo Dio così sorprendente per la sua tenerezza e volontà di salvare tutta l’umanità una sola risposta è possibile: quella dell’abbandono fiducioso offrendoci a lui in sacrifico perché compia in noi la sua opera. Il verbo “sacrificare vuol dire “rendere sacro” e san Paolo invita a fare della nostra vita una cosa sacra cioè una cosa divina. Paolo dedicherà il seguito della lettera ai Romani a presentare la natura dell’impegno cristiano: ciascuno, in funzione dei suoi doni e qualità, è invitato a tenere il suo posto nella missione della Chiesa che è il servizio di tutti gli uomini. Questo impegno è una partecipazione attiva alla “volontà di Dio”. Ciò esige senza dubbio che accettiamo ogni giorno di trasformarci cioè “rinnovare la nostra mente”  che per noi, è a volte, una vera conversione perché, troppo spesso, i nostri pensieri non sono i pensieri di Dio, ma quelli degli uomini, come ha rimproverato Gesù a Pietro, a Cesarea di Filippo e leggiamo nel vangelo di questa domenica. Ma lo Spirito ci è stato dato per suscitare in noi questo rinnovamento che esige l’accettazione di non conformarci alla mentalità di questo secolo (Rm 12,2). La vera libertà consiste nel tracciare la nostra strada, qualunque siano le sirene della moda, amare il mondo senza essere schiavi dei comportamenti del mondo, immersi sempre nella tenerezza di Dio anche se sappiamo bene che non è facile.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (16,21-27)

Dal “Tu sei il Cristo” al rifiuto della croce. Questo racconto segue la memorabile professione di fede di Pietro che abbiamo ascoltato domenica scorsa: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, affermazione che gli valse questa risposta di Gesù: “Beato sei tu, Simone figlio di Giona: non la carne e il sangue te l’hanno rivelato, (cioè non l’hai indovinato da solo), ma il Padre mio che è nei cieli. Come ogni beatitudine, questa “Beato sei tu” suona come complimento – e che complimento! – ma anche come incoraggiamento. E in effetti ci vorrà molto coraggio a Pietro per restare fedele a questa prima professione di fede. Perché non ne conosce ancora tutta la portata e Gesù non ha finito di sorprenderlo. Infatti Gesù accetta almeno implicitamente il riconoscimento da parte di Pietro del suo titolo di Messia: “Il Padre mio te l’ha rivelato”. E subito dopo presenta il suo programma che non quadra per nulla con l’idea che ci si faceva comunemente del Messia: “Da allora Gesù cominciò a spiegare ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme, soffrire molto... (Mt 16,21). Era il mondo alla rovescia: un re senza armi né privilegi... Peggio, un re maltrattato e apparentemente consenziente... Parla di soffrire molto e di essere addirittura messo a morte! Pietro ha qualche ragione di insorgere perché come molti suoi contemporanei, aspettava un Messia-re trionfante, glorioso, potente, che scacciasse da Gerusalemme l’occupante romano. Ciò che annuncia Gesù è pertanto inaccettabile: il Dio onnipotente non può lasciare che accadano cose simili! Si potrebbe quasi intitolare questo testo: Il primo rinnegamento di Pietro, primo rifiuto di seguire il Messia nella sofferenza. Gesù affronta questo rifiuto spontaneo di Pietro come una vera tentazione per sé stesso e glielo dice con veemenza: “Va’ dietro di me, Satana! Tu mi sei di scandalo (Mt 16,23). Bisogna lasciare che lo Spirito trasformi, a volte sconvolga completamente i nostri progetti e le nostre idee, se vogliamo restare fedeli al piano di Dio. Come dice Paolo nella seconda lettura, dobbiamo lasciare che lo Spirito di Dio trasformi i nostri modi di vedere: (cf Rm 12,2) e sperimentiamo delle belle sorprese perché le maniere di Dio sono tutte diverse dalle nostre visioni. Non bisogna mai perdere di vista la famosa frase di Isaia: “Dio che parla: I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie, oracolo del Signore. (Is 55,8-9). «Se comprendessi Dio, non sarebbe Dio» diceva sant’Agostino. Dobbiamo dunque accettare di essere sorpresi: gli apostoli e tutti gli ebrei del loro tempo lo furono, Pietro per primo. Con rare eccezioni, avevano previsto un Messia potente, trionfante; invece Gesù è agli antipodi di queste belle previsioni. Il disegno di Dio non è altro che la salvezza del mondo, cioè la nascita dell’umanità nuova, quella che vivrà solo di tenerezza e pietà, a immagine di Dio stesso. Occorre la logica della croce per salvare l’uomo e la salvezza degli uomini, cioè la nostra conversione totale e definitiva all’amore e al perdono, alla fraternità e alla pace, alla condivisione e alla giustizia, non può avvenire con un colpo di bacchetta magica. La salvezza degli uomini passa inevitabilmente per una lenta trasformazione degli uomini ma come trasformare gli uomini senza mostrargli la strada? Allora, bisognava proprio che Gesù percorresse fino in fondo la strada della dolcezza, della bontà, del perdono, per dare a noi qualche chance di percorrerla. Per questo Gesù, spiegando la sua passione e morte ai discepoli di Emmaus, dirà “bisognava”, nel senso di “purtroppo bisognava”. Il piano di salvezza di Dio non si concilia con un Messia trionfante. Perché gli uomini giungano alla piena conoscenza della verità (1Tm 2,4), bisogna scoprire il Dio della tenerezza e del perdono, della misericordia e della pietà e questo non avviene con la potenza ma nel dono supremo della vita del Figlio. Si capisce meglio allora questa frase di Gesù: “Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13). Solo questa suprema prova d’amore può portarci a percorrere anche noi la strada dell’amore.

NOTA. “Tu mi sei di scandalo” skandalon in greco significa “pietra d’inciampo” - e le nostre fragilità, i nostri dubbi possono diventare pietre d’inciampo per noi o per gli altri.

 

+Giovanni D’Ercole

 

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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