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Lug 15, 2026 Scritto da 
Angolo della Pia donna

16a Domenica T.O.

16a Domenica del Tempo Ordinario (anno A)   [19 luglio 2026]

 

Prima Lettura dal libro della Sapienza (12,3.16-19)

Il Libro della Sapienza, scritto in greco da un ebreo di Alessandria poco prima della venuta di Cristo, si rivolge a persone immerse nella cultura greca, che esaltava l’intelligenza e la filosofia come le vie più alte per la conoscenza. L’autore ricorda invece che la vera sapienza appartiene a Dio e che i suoi misteri non si conquistano mediante il sapere umano, ma si accolgono come dono e con umiltà. È la stessa verità che Gesù esprime quando ricorda che il Padre rivela i suoi segreti ai piccoli più che ai sapienti di questo mondo (Mt11,25, Lc10,21). Il filo conduttore del testo è il rapporto tra onnipotenza e misericordia. Da una parte, Dio è il Signore assoluto dell’universo: non esiste altro Dio, egli domina ogni cosa e possiede una forza infinita. Dall’altra, questa potenza non si manifesta con la violenza, ma con la mitezza e la bontà: Dio si prende cura di tutto, giudica con indulgenza, governa con dolcezza e, dopo il peccato, offre sempre la possibilità della conversione. L’autore propone un’idea sorprendente: Dio è misericordioso proprio perché è onnipotente. Gli uomini, spesso insicuri della propria autorità, sentono il bisogno di ostentare il potere; Dio invece, che possiede tutta la forza, non ha nulla da dimostrare. Per questo la sua potenza si esprime nella pazienza, nel perdono e nella tenerezza. Questa immagine di Dio è il frutto di un lungo cammino di rivelazione. Attraverso i profeti, Israele ha imparato che Dio non è un sovrano tirannico, ma un Padre che ama. Come Elia sull’Oreb, i credenti scoprono che Dio non si manifesta nell’uragano o nel terremoto, ma nella brezza leggera. La sua forza è discreta, ma invincibile, perché è la forza dell’amore. Da questa scoperta scaturisce anche una conseguenza per l’uomo. Se siamo creati a immagine di Dio, siamo chiamati a imitare il suo modo di agire. Perciò il giusto non cerca il dominio o la violenza, ma l’umanità, la compassione e il servizio. Gesù riprende lo stesso insegnamento quando ai suoi discepoli insegna che tra loro non deve prevalere la logica del potere, ma quella del servizio dell’amore (Mc9,35; Mt 20,26-27; Mt 23,11, Lc 22,26). Insomma, la grandezza di Dio non consiste nel dominare con la forza, ma nel salvare con la misericordia e la sua onnipotenza si manifesta nell’indulgenza, nel perdono e nella capacità di dare sempre una nuova possibilità all’uomo e chi vuole assomigliare a Dio deve fare della bontà, e non del potere, la misura della propria vita.

 

Salmo Responsoriale (85/86)  

In questo salmo emerge l’immagine di Dio tenero e misericordioso che rivela la sua potenza nella misericordia. Se leggiamo il salmo alla luce della prima Lettura, tratta dal libro della Sapienza, comprendiamo che l’autore si meraviglia insieme della grandezza e della tenerezza di Dio. L’una spiega l’altra perché se Dio è indulgente con l’uomo è proprio perché è onnipotente. E questo doppio accento – indulgenza e grandezza – ritorna nelle strofe del salmo: 1ª e 3ª strofa è l’indulgenza; 2ª strofa è la grandezza.  1ª strofa: Tu che sei buono e perdoni, sei pieno di misericordia con chi ti invoca.  3ª strofa: Tu, Signore, Dio misericordioso e pietoso di, lento all’ira, ricco di amore e di fedeltà. Volgiti a me e abbi pietà”.  2ª strofa: “Grande tu sei e compi meraviglie; tu solo sei Dio”. Nella terza strofa “Dio misericordioso e pietoso” ci conduce alla grande rivelazione di Dio a Mosè sul Sinai (Es 34,6). Arriva nel momento peggiore, subito dopo l’episodio del vitello d’oro quando Mosè, adirato, aveva spezzato le tavole della Legge. L’Alleanza era stata profanata dal popolo che si era costruito un idolo. Dio non rinnega l’Alleanza: dice a Mosè di tagliare due nuove tavole di pietra e scriverà le stesse parole. È prova di misericordia. Ed è proprio lì che dice: “Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira…”. E’ interessante leggere qui la reazione di Mosè (cf.Es 34,8-9). L’autore del salmo reagisce come Mosè: ricorda la misericordia di Dio e lo “prende in parola”, lo supplica: “Tu, Signore, Dio di tenerezza e di pietà… Volgi a me lo sguardo e abbi pietà di me”.  In tutte le preghiere anche noi ricordiamo il suo disegno misericordioso per l’umanità e lo supplichiamo di affrettarne il compimento (cf.Rm 8,26-27). Il parallelo con l’Esodo continua perché dopo la rivelazione e la risposta di Mosè, Dio conclude un’alleanza (cf.Es 34,10). Ma il salmo aggiunge una novità rispetto a Esodo, perché viene scritto più dopo. Durante l’esilio a Babilonia Israele prese coscienza dell’universalismo del progetto di Dio, che cioè tutte le nazioni sono chiamate a conoscerlo. Ma come potranno conoscerlo? Scoprendo l’opera di Dio a favore del suo popolo. Il popolo ebraico non pretende di convertire gli altri, ma capisce che l’opera di Dio in suo favore diventa un tramite di conversione per le altre nazioni: se aprono gli occhi, riconoscono il Dio d’Israele come salvatore e si rivolgono a Lui. 

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (8, 26-27)

 San Paolo ha già detto che la vita del battezzato è sotto l’azione dello Spirito.  Insiste ancora sul ruolo dello Spirito Santo (in questo capitolo lo nomina 18 volte). Mette in evidenza che la vita di battezzati si svolge tutta sotto la sua influenza, se ci si lascia guidare. Lo Spirito abita in noi e il grande progetto di Dio è come il processa di una nascita. Le doglie del parto sono il preludio di una grande gioia. “Ritengo che le sofferenze del tempo presente non sono paragonabili alla gloria futura… Sappiamo che tutta la creazione geme e soffre le doglie del parto”. Ed è lo Spirito a guidare la nostra preghiera, come leggiamo in questo testo brevissimo ma con un accostamento importante: da una parte, nell’ultimo versetto: “è secondo Dio che lo Spirito intercede per i santi”; dall’altra: “viene in aiuto alla nostra debolezza, perché non sappiamo pregare come si deve”. C’insegna che si prega entrando nella volontà di Dio, guardando il mondo e noi stessi con lo sguardo di Dio; gioendo per i segni, anche piccoli, dell’avanzamento del Regno che sono la fraternità, la condivisione, la solidarietà, il rispetto. Mai abbassando le braccia davanti alla lentezza dei progressi dell’umanità, perché lo Spirito soffia senza sosta anche se non sempre si vede. Immediato è il richiamo al Padre Nostro: “Sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra”, tre espressioni che ci fanno entrare nei piani di Dio.  Ci serve l’aiuto dello Spirito Santo per illuminare la preghiera come Gesù aveva promesso: “Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paràclito perché rimanga con voi per sempre”( Gv 14,16). Lui conosce i segreti del progetto di Dio come Paolo ben esprime : “Lo Spirito scruta ogni cosa, anche le profondità di Dio… Noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito che viene da Dio, per conoscere ciò che Dio ci ha donato” (1Cor 2,10-12). Ed il modello è Gesù, guidato sempre dallo Spirito: tutta la sua vita è sotto il segno dell’adempimento della missione del Padre fino a Getsemani: quando proclama “Padre, non la mia volontà, ma la tua sia fatta” (Mc 14,36). E l’autore della lettera agli Ebrei riassume la sua vita così: “Entrando nel mondo, Cristo dice… Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,5.9).

 

Dal Vangelo secondo Matteo (13, 24-43) 

La parabola della zizzania non vuole anzitutto spiegare l’origine del male, anche se ribadisce un principio fondamentale: Dio non è autore del male. Come nel racconto della Genesi, tutto ciò che Dio ha creato è buono; il padrone del campo semina solo buon grano, mentre la zizzania è opera di un nemico. Nel contesto del Vangelo di Matteo, però, questa parabola si collega a quella del seminatore. Dopo aver mostrato che l’annuncio del Regno non produce sempre i frutti sperati, Gesù affronta una nuova domanda: perché non eliminare subito ciò che ostacola il bene? I servi propongono di strappare la zizzania, ma il padrone lo vieta per non sradicare anche il grano. Solo al tempo della mietitura avverrà la separazione.

Il messaggio è chiaro: non spetta agli uomini giudicare definitivamente o eliminare il male negli altri; questo compito appartiene a Dio. Gesù invita quindi a convivere con la presenza simultanea di bene e male nel mondo e nelle comunità, evitando atteggiamenti elitari o fanatici. Probabilmente Matteo si rivolgeva a una comunità tentata di distinguere rigidamente i “buoni” dai “cattivi”. Alla fine dei tempi Dio farà il discernimento definitivo. La Bibbia presenta spesso il giudizio come una separazione tra giusti e malvagi, ma la realtà è più profonda: la linea che separa il bene dal male attraversa il cuore di ogni persona. Nessuno è solo giusto o solo santo, ma tutti portiamo in noi il buon grano e la zizzania. Dio non distruggerà il bene insieme al male: salverà ciò che in ciascuno può. portare frutto. Dopo la parabola della zizzania, Gesù racconta quelle del granello di senape e del lievito. Se le parabole precedenti evidenziavano gli ostacoli al Regno, queste mostrano la sua forza interiore. Ciò che è piccolo e nascosto cresce inevitabilmente fino alla piena realizzazione: il seme diventa un grande albero e il lievito fa fermentare tutta la pasta. Sta qui l’insegnamento centrale che Gesù indica in tre atteggiamenti fondamentali: la fiducia, perché il Regno di Dio cresce anche quando non lo vediamo; la pazienza, perché la mietitura arriverà al momento stabilito da Dio; l’umiltà, perché nessuno può considerarsi totalmente giusto o autorizzato a giudicare gli altri. La pazienza di Dio nasce dal suo desiderio di non perdere neppure una spiga buona insieme alle erbacce. Ma soprattutto rivela che Dio non smette di sperare nella conversione dell’uomo e nella trasformazione della “zizzania” del nostro cuore in buon grano. Questo è il vero significato della sua misericordiosa pazienza.     

 

+Giovanni D’Ercole

28 Ultima modifica il Mercoledì, 15 Luglio 2026 11:48
don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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