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Lug 7, 2026 Scritto da 
Angolo della Pia donna

15a Domenica T.O.

15a Domenica T.O.  (anno A)  [12 luglio 2026]

 

Prima Lettura dal libro del profeta Isaia (55,10-11)

 

Il filo conduttore di questo brano è l’immagine della pioggia: la Parola di Dio è pioggia feconda, non ritorna senza aver compiuto la missione di perdono e riconciliazione. Quest’oracolo chiude il libretto del Second Isaia (Is 40-55) Come fanno spesso i profeti, Isaia usa un’immagine: pioggia e neve sono sogni a occhi aperti per un contadino orientale abituato a un terreo spesso arido. A Babilonia, dove è in esilio col popolo nel VI sec. a.C., si sperimenta il beneficio della pioggia. Un paese pieno di sole, come Israele o Babilonia, rifiorisce alla prima pioggia. Il profeta applica questa efficacia alla Parola di Dio: Così è della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto. Isaia insiste sull’efficacia per due ragioni. 1) Annuncia la fine dell’Esilio e il ritorno a Gerusalemme.  Da 50 anni gli abitanti di Gerusalemme sono deportati a Babilonia. Isaia promette da parte di Dio la liberazione e l’uscita da Babilonia. Per credere a una promessa attesa da così tanto tempo serve fiducia nella Parola di Dio. Per questo Isaia è così fermo: “la mia parola… non ritornerà a me senza effetto…”. Le affermazioni sull’efficacia della Parola (“Davar” significa insieme “parola” ed “evento”). sono sempre pronunciate nei momenti difficili della storia d’Israele, quando bisogna aggrapparsi alla fede.  Esempi: “Tutta la carne è come l’erba… l’erba secca, il fiore appassisce, ma la parola del nostro Dio rimane per sempre” (Is 40,6-8); “Veglio sulla mia parola per realizzarla” (Ger 1,12). Parole pronunciate per lottare contro l’idolatria poiché, durante l’esilio, forte era la tentazione degli abitanti di Gerusalemme, che, davanti alla sconfitta, pensavano che era meglio rivolgersi agli dèi dei vincitori babilonesi dato che erano efficaci. Esiste un passaggio sarcastico del profeta Isaia: povera gente che usa lo stesso legno per fare fuoco e per farsi statue; poi aspetta aiuto da quelle statue inerti fatte da loro stessi (cf. Is 44).  2) L’altra ragione per insistere sull’efficacia della parola è perché la “missione” della Parola è perdono e riconciliazione. Subito prima di questo testo annota: “Cercate il Signore, finché si fa trovare, invocatelo, finché è vicino. L’empio abbandoni la sua via e l’uomo iniquo i suoi pensieri; ritorni al Signore che avrà misericordia di lui e al nostro Dio che largamente perdona. Perché i miei pensieri non sono i vostri pensieri…” (Is 55,6-8).  La “missione” di cui si parla qui è quindi missione di annuncio del perdono gratuito di Dio e di riconciliazione dell’umanità con Lui: Dio alla fine riconcilierà l’umanità con sé. Più tardi Paolo dirà lo stesso: “Dio nostro Salvatore vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Questo progetto di Dio si compie con l’incarnazione del Verbo e l’invio dei discepoli come ambasciatori di riconciliazione: “Dio ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione” (2Cor 5,18). 

 

Salmo Responsoriale (64/65)

 

Il Salmo 64 è l’ex-voto di un popolo scritto al ritorno dall’esilio per ringraziare Dio della liberazione: apparentemente un canto per la creazione rinnovata, ma non è solo un canto sulla natura. La liturgia ci propone solo gli ultimi versetti (10-14) che sembrano una contemplazione della natura, ma i versetti precedenti sono fondamentali e senza di loro si perde il senso vero del salmo. Questo è un ex-voto per il ritorno dall’esilio, voto fatto a Babilonia nel VI secolo a.C.: Se Dio ci libera e ci riporta in Israele, faremo festa nel suo tempio. La liberazione viene vissuta come perdono perché l’esilio era considerato castigo per i peccati del popolo e dei capi e il ritorno è un “ritorno in grazia”: Dio cancella il passato di peccato.  “Le nostre colpe ci hanno sopraffatti; tu le perdoni”. Si comprende che l’elezione d’Israele diventa missione e il popolo celebra la fedeltà di Dio: “Beato chi hai scelto e fatto avvicinare: abiterà nei tuoi atri”. Come i leviti avevano un posto speciale per servire Dio nel tempio, così Israele ha un posto speciale tra le nazioni: quando le altre nazioni vedranno la salvezza di Israele, riconosceranno che il Dio d’Israele è l’unico salvatore. Con il ritorno in patria inizia una vita nuova, è una vera ri-creazione. Per questo la parte finale bucolica non va separata dal tema centrale che è l’azione di grazie.  La natura rigogliosa è immagine della vita nuova e del dono più grande di Dio: il perdono

 

Seconda Lettura dalla lettera di san Paolo ai Romani (8,18-23)

 

La creazione non è finita, è un progetto in itinere ed attende con impazienza la rivelazione dei figli di Dio. Significa che la creazione non è un evento del passato: è un progetto in marcia, paragonabile a un’opera d’arte.  Immaginiamo la realizzazione di un’immensa scultura di bronzo. Fin dal primo giorno l’artista sa che ci vorranno pazienza e tempo: si passa per tante tappe successive.  Si devono affrontare fatiche, pene, rischi; occorre sapere bene dove questo lavoro a volte ingrato conduce e valutare ogni possibile difficoltà. Solo l’artista immagina già l’opera compiuta nella sua mente, ma il problema è come descrivere ai collaboratori la bellezza intravista, farla condividere con la stessa passione. Il progetto di Dio è paragonabile alla nascita di un’opera d’arte: Paolo parla proprio di parto. Solo Dio, per ora, può descrivere l’opera finita. E chi ha la missione di completarla? Noi, ciascuno per la sua piccola parte, ma soprattutto lo Spirito che soffia sul mondo per orientarlo a Dio. “Abbiamo ricevuto le primizie dello Spirito, ma aspettiamo l’adozione a figli, la redenzione del nostro corpo”. In senso biblico “corpo” è il nostro essere intero. Redenzione del corpo: il nostro essere intero, oggi ancora incatenato, legato al peccato, sarà finalmente liberato e libero di vivere da figli di Dio. Si parla delle “primizie” che biblicamente sono la prima manciata di spighe o l’agnello primogenito del gregge in primavera. Erano insieme inizio e promessa del raccolto intero. Bella immagine per dire che possediamo già le caparre della salvezza definitiva: “l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato” (Rm 5,5). Ed è perché possediamo già le primizie, perché siamo già animati dallo Spirito, che gemiamo nell’attesa della nostra trasformazione definitiva. E’ tuttavia sempre lo Spirito che continua l’opera nel mondo.  Nella IV Preghiera Eucaristica diciamo: “Egli – tuo Figlio – ha inviato da te, Padre, come primo dono ai credenti, lo Spirito Santo che continua la sua opera nel mondo e porta a compimento ogni santificazione”. “Ogni santificazione” cioè ogni trasformazione.  Per ora la creazione è ancora “sottomessa alla caducità”, ma nei cieli nuovi e terra nuova che attendiamo, verso cui tendiamo, questa energia diventerà passione per l’unità: “Secondo la sua promessa, aspettiamo nuovi cieli e terra nuova, nei quali abita la giustizia” (2Pt 3,13). Allora la creazione sarà “liberata dalla schiavitù della corruzione per entrare nella libertà della gloria dei figli di Dio”.  Paolo parla dell’insieme della creazione e del cosmo, non solo di noi. Riprende un tema familiare alla Bibbia: la disarmonia della cattiva scelta di Adamo trascina nel caos il giardino intero, cioè tutta la creazione: “Il suolo sarà maledetto per causa tua” (Gen 3,17).   All’inverso, quando la giustizia abiterà la terra, non solo gli uomini ma anche gli animali conosceranno la pace. L’uomo fa parte del cosmo e non si concepisce senza di esso. È uno dei sensi della magnifica “parabola” degli animali di Isaia: “Il lupo dimorerà con l’agnello… il leone si ciberà di paglia come il bue… Non faranno più male né rovina su tutto il mio santo monte, perché la conoscenza del Signore riempirà la terra come le acque ricoprono il mare” (Is 11,6-9). Come dice Paolo in Efesini: è “l’universo intero, le cose del cielo e quelle della terra” che un giorno sarà ricapitolato in un solo capo, Cristo (Ef 1,9-10). E’ un nostro privilegio potere già intravedere l’opera compiuta. Riprendo il paragone dell’opera d’arte: noi impegnati nel progetto di Dio abbiamo un privilegio immenso rispetto ai collaboratori di un artista: intravediamo già l’opera compiuta: “Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Gv 1,14).  Intanto questo grande lavoro di parto dell’umanità nuova prosegue ancora tra dolori e gemiti. Ragione in più perché i credenti trovino l’audacia di annunciare fin d’ora la gloria promessa a tutta la creazione.

 

Dal Vangelo secondo Matteo (13,1-23)

 

Gesù parla in parabole, perché. la “parabola” è un genere letterario della tradizione ebraica simile a una narrazione con scopo pedagogico, al fine di portare l’ascoltatore a cambiare punto di vista. Una parabola non è un’allegoria: non ogni dettaglio ha un significato preciso, la lezione viene dall’insieme del confronto.  

  I discepoli chiedono perché Gesù parli con parabole e Gesù risponde con tre ragioni: in primo luogo la distinzione tra i discepoli e la folla: “A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”. In secondo luogo per consolarli perché gli oppositori “guardano senza vedere, ascoltano senza ascoltare né comprendere”. Gesù applica loro un testo di Isaia: “Il cuore di questo popolo si è indurito, sono diventati duri d’orecchio, hanno chiuso gli occhi…” (Is 6,9-10). In terzo luogo per ricordare il tema delle due vie dell’Antico Testamento: “A chi ha, sarà dato e sarà nell’abbondanza; a chi non ha, sarà tolto anche quello che ha”. In Matteo e Marco questo insegnamento in parabole segue subito le polemiche con i farisei e con chi rifiuterà di riconoscere Gesù come Messia mostrando il cuore indurito e un’impermeabilità alla Parola.  Più infatti gli ascoltatori si chiudono nelle loro certezze, più diventano impermeabili alla Parola. Le parabole sono pedagogia per toccare quei cuori induriti. È però decisiva la disposizione del cuore per capire Gesù. Riprendo ora queste parole. “A chi ha sarà dato” che è il tema delle due vie presente già nell’A.T. e mostra sempre l’esistenza umana come un bivio. Se prendi la buona via, ogni passo ti avvicina alla meta: “Dà al saggio ed egli diventerà ancora più saggio; istruisci il giusto ed egli accrescerà il suo sapere” (Pr 9,9). Se invece scegli la cattiva direzione, ogni passo ti allontana. Occorre allora una scelta chiara: o ascoltare, aprire le orecchie per lasciarsi istruire e trasformare dalla Parola; o rifiutare di ascoltare e diventare sempre più duri d’orecchio. Nella parabola del seminatore, Gesù mostra quali sono gli ostacoli alla predicazione.  Gesù è la Parola di Dio fatta carne Gv 1,14; e comunica solo la Parola del Padre: “La parola che voi ascoltate non è mia, ma del Padre che mi ha mandato” (Gv 14,24). Ma trova difficilmente terreno favorevole.  Quali sono le difficoltà legate all’ascolto della Parola? In primo luogo le preoccupazioni del mondo che soffocano le esigenze del Regno (Mt 6,25-34). Difficoltà più profonda è non fidarsi di Gesù e riconoscerlo come Messia. I discepoli stessi hanno inciampato: dopo il discorso sul pane di vita molti dicono “Questa parola è dura! Chi può ascoltarla? Da quel momento molti discepoli si tirarono indietro e Gesù disse ai Dodici: “Volete andarvene anche voi?”. Pietro rispose: “Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna” (Gv 6,60-68). Malgrado le difficoltà Gesù annuncia che il raccolto “cento, sessanta o trenta per uno” è certo, ma a caro prezzo. Il regno di Dio si stabilirà attraverso molti fallimenti. Entrare nell’intelligenza del Regno è unicamente dono di Dio: A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli… Beati i vostri occhi perché vedono e i vostri orecchi perché ascoltano… Chi ha ricevuto il seme nella buona terra è chi ascolta la Parola e la comprende con un cuore disponibile, capace di ricevere da Dio la luce che viene solo da Lui. Anche questa disponibilità è dono. Farisei e folla non erano ancora pronti. Gesù pensava a Ezechiele quando dice “Chi ha ricevuto il seme tra le spine è chi ascolta la Parola, ma la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza soffocano la Parola” Scrive Ezechiele: “Vengono da te come si raduna il popolo; ascoltano le tue parole, ma non le mettono in pratica; la loro bocca è piena di passioni, il loro cuore va dietro al guadagno. Tu sei per loro come un canto d’amore, di voce soave, ben suonato” (Ez 33,30-32).  

 

+ Giovanni D’Ercole

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don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

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