Stampa questa pagina
Ago 30, 2026 Scritto da 
Angolo dell'artista

LA CODA DEL PAVONE - (di Francesco Giovannozzi, psicologo e psicoterapeuta)

Leggo sul giornale che dei pavoni che hanno invaso una cittadina.

La notizia è  stata pubblicata tempo fa - solo che qualche giorno addietro il giornale riportava la notizia che un signore con l’auto ne ha travolto qualcuno. 

E allora ecco lo spunto per una riflessione.

Il pavone è  uno dei animali più affascinanti; da tempo rappresenta un simbolo di bellezza. 

Raffigura generalmente l’autocompiacimento. E tutto si concentra sull’esteriorità.

La femmina del pavone è meno appariscente del maschio, è più piccola, e a differenza del maschio quando sfoggia la coda facendo la ruota non possiede le piume colorate. 

È nota anche la favola di Esopo dove un corvo per apparire bello si adorna con le piume di un pavone.

Nella mitologia greca il pavone era il simbolo della dea Giunone: il piumaggio della coda deriverebbe dal gigante Argo Panoptes che aveva cento occhi.

Alla sua morte la dea pose i suoi occhi sulla coda del pavone.

Secondo tradizioni più antiche il pavone con gli occhi e gli splendidi colori della sua coda evoca il cielo stellato, e spesso veniva associato all’idea di immortalità.

Comportamenti da pavone esistono anche nella specie umana.

Anche gli uomini aprono la loro “coda”.

E anche qui tutto è una questione di quantità.

Un conto è mostrare la propria “coda” ogni tanto o se viene richiesta; un altro è vivere sempre con la coda aperta, e visibile perennemente.

Penso che sia anche stancante, prima per sé e poi anche per gli altri.

Come il pavone apre la sua coda per farsi notare e per attirare le pavone femmine, l’essere pavone ostenta tutte le sue “arti “ per attrarre su di se l’ammirazione, per procurarsi consenso del pubblico .

 Anche qui preciso: il normale desiderio di mostrare il meglio di sé non coincide con l’aspetto psicopatologico contraddistinto da una assenza di empatia e da una grandezza demolitrice incessante. 

Tali atteggiamenti non riguardano solo i singoli individui: spesso tali comportamenti riguardano anche gli individui quando diventano genitori.

Essi prima dei bisogni e le esigenze emotive del bambino mettono davanti a tutti la loro immagine, cercando l’ammirazione di figli, desiderando l’’approvazione delle persone circostanti.

Con simili genitori i bambini crescono male, devono cercare sempre l’affetto dell’adulto che invece dovrebbe essere donato gratuitamente. 

Questi genitori vogliono apparire perfetti e pretendono che i figli li rispecchino: anche loro devono essere i migliori sugli altri, attraverso il successo scolastico, una forma fisica, un abbigliamento ricercato. 

Ma questa facciata, questa bellissima “coda del pavone” nasconde delle criticità.

Simili genitori difficilmente si assumono la responsabilità dei propri comportamenti. Quando fanno qualcosa di inadeguato, quasi mai si scusano.

Si mostrano  superiori per occultare le proprie debolezze.

A volte capita di avere comportamenti sbagliati coi nostri figli - ma non dobbiamo sempre far passare l’idea che abbiamo agito correttamente.

La reazione del figlio può essere giusta.

Se noi  pretendiamo di avere sempre ragione rischiamo di creare confusione nei figli su come percepire fatti reali.

Il genitore pavone poi percepisce ogni richiesta di crescita e di autonomia del figlio come un’offesa.

E in età adulta, stabilire delle giuste distanze o distacchi diventa una lotta difficile.

Spesso questa tipologia di genitori pretende anche l’attenzione continua dei figli, e ogni relazione di essi diventa fonte di sospetto o di gelosia.

Questi genitori diventano manipolatori e spesso minano le basi dell’indipendenza e dell’autonomia.

Crescere con simili individui o genitori può far insorgere dei comportamenti insicuri, con probabilità’ di sviluppare atteggiamenti dubbiosi ansiogeni, poiché inconsapevolmente devono soddisfare le richieste altrui.

Ho toccato l’argomento genitori pavoni perché’ avendo lavorato nel settore dell’età evolutiva, sovente tali atteggiamenti li ho riscontrati maggiormente nelle figure genitoriali e solo di rimando nelle figure dei minori.

Vorrei dire o ricordare un concetto di Jung: l’inconscio del bambino deriva dall’inconscio genitoriale.

Ho anche notato che pavoneggiarsi era più frequente nelle figure genitoriali dei professionisti. Persone con un grado culturale elevato.

In questi casi, per questo loro modo di agire, risolvere la situazione diventava complicato.

Molte volte questi genitori decidevano loro quando terminare il trattamento psicoterapeutico, perché si stancavano di accompagnare il figlio alle sedute, o perché si sentivano chiamati in causa - e allora si allontanavano da esso.

Riguardando l’ultimo articoletto - titolato «l’istrione», mi viene in mente che fa rima con «pavone».

Come sempre queste riflessioni sono state ricavate dalla formazione specifica e dai riscontri vissuti nel lavoro professionale - principalmente nel campo dell’età evolutiva. 

 

 

Dott. Francesco Giovannozzi - psicologo - psicoterapeuta

14
don Giuseppe Nespeca

Giuseppe Nespeca è architetto e sacerdote. Cultore della Sacra scrittura è autore della raccolta "Due Fuochi due Vie - Religione e Fede, Vangeli e Tao"; coautore del libro "Dialogo e Solstizio".

Email Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.