La reinterpretazione del colore liturgico viola
Mt 24,37-44 (24-51)
«Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro Viene» (v.42).
Chiave di lettura del brano è la celebre espressione di s. Agostino: «Timeo Dominum transeuntem». Incarnazione è filo diretto con la realtà e la condizione divina insieme.
Il tempo della persona di Fede è come stagione d’attesa, ma non di provvisorietà: piuttosto, capitalizzazione e rivolgimento continui.
Né il momento della Chiesa si configura come periodo istituzionale, un lasso di pausa - ad orario, con scadenza.
Certo, non è neppure un’età d’allestimento a partire dalle nostre idee, bensì di accoglienza del Regno, che giunge nel suo Appello - oggi con proposte chiarissime (perfino nelle sue sottrazioni).
Siamo chiamati a essere pronti in ogni istante, come un ladro di notte... il quale vuole portarci via qualcosa che crediamo assolutamente nostro, cui però ci siamo legati troppo.
Fin dalle prime generazioni di credenti sorgevano gruppi di visionari - purtroppo sprovveduti - collegati a un’idea di catastrofe imminente.
Ma l’attesa del ritorno subitaneo d’un Messia che doveva porre fine all’ingiustizia e realizzare il Giudizio finale, era aspettativa comune di quanti desideravano s’inaugurasse una nuova fase della storia.
Tuttavia, in nessun punto dei Vangeli è scritto che Gesù deve “tornare”, come se si fosse allontanato. Egli sopraggiunge, Viene; non “ritorna”.
Nel Nuovo Testamento il Risorto è Veniente [‘o Erchòmenos] ossia Colui che irrompe, che incessantemente si rende Presente.
La fine del mondo e il ritorno del Signore su una nuvola bianca è una suggestione che ancora oggi viene usata per intimidire la gente semplice e condizionarla a gruppi di fanatici. I social networks ne sono colmi.
Il punto decisivo della vita è accorgersi, percepire la Presenza di Qualcuno dentro qualcosa: nelle cose sommarie della vita, nelle vicende di liberazione; anche nel dramma della rinascita dalla crisi globale.
In tal guisa, nessuna forma di alienazione proviene dai Vangeli. Cristo è «con-noi» in ogni momento, nel nostro impegno in favore della natura, delle culture, della vita di tutti.
L’esperienza piena di completezza non è data nel tempo particolare, ma ad es. lo spirito di disinteresse che si diffonde e già rende nuove le relazioni e le cose, rimane una garanzia del Regno - ossia del nuovo mondo che la Chiesa è chiamata ad annunciare ed edificare - includendolo a braccia aperte, passo passo.
Ogni momento è buono per acuire la visuale: accorgersi, percepire le opportunità; aprire gli occhi, o spostare lo sguardo, onde cogliere la Venuta del Signore e intuirla come fonte di Speranza.
Nell’Eucaristia proclamiamo la Presenza sempre nuova del Signore, perché la Vita in Cristo è anticipazione e preparazione all’Incontro [che già arreca il pane di cui l’anima nostra e il mondo hanno bisogno].
Ogni istante perfino oscuro è Chiamata penetrante e opportunità di risposta, di contatto, di alimento profondi; non una fonte di tormento e terrore permanenti.
La Sicurezza è nella Insicurezza
Che tipo di Avvento-Venuta è? Perché è associata all’idea di cataclismi? Non sembra istanza d’una buona notizia parlare di “diluvio”.
Nella tradizione osservante di tutti i popoli, l’insicurezza è percepita come uno svantaggio, e i maestri constatano il progresso della vita spirituale quando un’anima dall’esistenza mescolata e disordinata supera i suoi parapiglia per un ideale di “calma coerente”, in favore dell’ordine e della tranquillità.
Condizionati da un indottrinamento pio, omologato al saper “stare in società” e all’idea di Vittoria che precede la Pace, attendiamo d’incontrare nostro Signore nei momenti bui, ma affinché ci ridoni fortuna.
Lo aspettiamo nel tempo dei problemi economici, perché ci renda vantaggio con una vincita; nelle vicende umilianti, per farci risalire la china.
Nei pericoli desideriamo che almeno Lui trasmetta forza per ribaltare la situazione; nella malattia, immaginiamo ci ridoni vigore giovanile; nella babele, che comunichi relax (meglio, trionfo).
Nei Vangeli Gesù cerca di far capire ai suoi dove e quando incontrare autenticamente Dio. Ma nell’attesa delle sue “promesse” facciamo difficoltà a procedere oltre l’esteriore.
Proiettiamo le nostre idee anche in religione - però la Fede se ne distacca. Valuta con mentalità opposta.
Capita di non riuscire a incontrare un amico perché sbagliamo tempi e luoghi dell’appuntamento. Succede anche con Dio.
L’insicurezza proclamata dai Vangeli somiglia proprio a uno tsunami; ma si tratta di Lieta Novella!
Sebbene tendiamo spesso a dare un senso di permanenza a tutto ciò che abbiamo vissuto e credevamo di “essere”, ripetutamente sperimentiamo che le nostre certezze mutano - proprio come i flutti.
Gesù insegna che la dubbiosità la quale davvero annienta la sua Chiamata sorge da un nostro identificativo [ruoli, personaggi, mansioni] che tenta di pareggiare le onde della vita.
Invece l’essenza di ciascuno sgorga da una Sorgente vivace, che tutti i giorni fa quel che deve.
Abitudini, opinioni esterne, modi di essere rassicuranti di stare con le persone e affrontare le situazioni, tagliano fuori la ricchezza delle nostre sfumature preziose, buona parte dei nostri stessi volti.
E nascite e ringiovanimenti che ci appartengono.
L’impatto interiore delle molte sollecitazioni della Scaturigine dell’essere insinua uno squilibrio inevitabile e fecondo - che rischiamo però d’interpretare in modo negativo, appunto come fastidio.
Nella mente dell’uomo che schiva le oscillazioni, quel genere di onda che viene per farci ragionare sulle cose antiche (date per scontate) è subito identificata come pericolo identitario.
La stessa Provvidenza - l’onda che vede avanti - è forse bollata d’inquietudine, talora anche da chi ci “consiglia”.
Nell’uomo ideale come cesellato dai moralismi più normalizzanti, l’acqua paludosa delle pulsioni è quella che sporca e trascina a terra; e il Cielo sarebbe sempre limpido e netto sopra la terra.
Invece spesso è un’identificazione culturale a monte che produce insicurezza!
Tutto ciò, ben più della realtà oggettiva che scende in campo per rinfrescare la nostra anima e renderla lieve come la spuma del mare (crudamente incarnata).
Bisogna tuffarsi nei flutti, bisogna conoscere le onde dei maremoti, perché il nostro punto fermo non è nelle cose esterne.
La scorza delle apparenze condanna alla peggiore fluttuazione, alla meno vantaggiosa delle insicurezze: credere che mantenendo i livelli economici o il prestigio, raggiungendo quel traguardo, scalando il tabellone dei titoli, eviteremo frustrazioni, scanseremo angosce, saremo finalmente senza contrasti e persino felici.
Ma così la nostra anima perde respiro, non si rafforza, né vola verso territori ancora sconosciuti; si posa nel recinto dell’aia più omologante.
Invece siamo vivi, e la giovinezza che conquista il Regno viene dal caos.
I missionari sono animati da questa certezza: la migliore stabilità è l’instabilità: quel “diluvio” dove nessuna onda somiglia alle altre.
Insomma, sulla base della Parola di Dio anche il colore liturgico viola dovrebbe forse assumere una reinterpretazione (viva e graffiante) - assai più profonda di quella data per scontata.
Per interiorizzare e vivere il messaggio:
Avvento: per quale motivo vuoi che il Signore venga e si renda presente nella tua vita?
Figlio dell’uomo
«Figlio dell’uomo» non è dunque un titolo “religioso” o selettivo, ma una possibilità per tutti coloro che danno adesione alla proposta di vita del Signore, e la reinterpretano in modo creativo.
Essi superano i fermi e propri confini naturali, facendo spazio al Dono; accogliendo da Dio pienezza di essere, nei suoi nuovi, irripetibili binari.
Sentendosi totalmente e immeritatamente amati, scoprono altre sfaccettature, cambiano il modo di stare con se stessi, e possono crescere: si realizzano, fioriscono e irradiano la completezza ricevuta.
Uscendo dall’idea scarsa o statica che abbiamo di noi - problema grave in molte anime sensibili e dedite - anche la personalità relazionale può iniziare a immaginare.
E sognare, scoprire di poter non dare più peso a coloro che vogliono plagiare il cammino di persona (in pienezza di essere e vocazione).
Chi attiva l’idea di potercela fare, trasmette poi la forza dello Spirito che ha ricevuto e accolto, e il mondo fiorisce.
Emanando una differente atmosfera, la persona integrata nei suoi lati anche opposti, sente nascere consapevolezze, crea progetti, emette e attrae altre energie; le fa attivare.
Dio vuole estendere l’ambito in cui “regna” - rapportandosi in modo interpersonale - a tutta l’umanità… Chiesa senza confini visibili, che inizierà con il «Figlio dell’uomo» (figura non esclusiva di Gesù).
Questa prospettiva universalistica affiora, tra l’altro, dalla presentazione che Gesù fece di se stesso non solo come «Figlio di Davide», ma come «figlio dell’uomo» (Mc 10,33). Il titolo di «Figlio dell’uomo», nel linguaggio della letteratura apocalittica giudaica ispirata alla visione della storia nel Libro del profeta Daniele (cfr 7,13-14), richiama il personaggio che viene «con le nubi del cielo» (v. 13) ed è un’immagine che preannuncia un regno del tutto nuovo, un regno sorretto non da poteri umani, ma dal vero potere che proviene da Dio. Gesù si serve di questa espressione ricca e complessa e la riferisce a Se stesso per manifestare il vero carattere del suo messianismo, come missione destinata a tutto l’uomo e ad ogni uomo, superando ogni particolarismo etnico, nazionale e religioso. Ed è proprio nella sequela di Gesù, nel lasciarsi attrarre dentro la sua umanità e dunque nella comunione con Dio che si entra in questo nuovo regno, che la Chiesa annuncia e anticipa, e che vince frammentazione e dispersione.
[Papa Benedetto, Concistoro 24 novembre 2012]
Con l’immagine del Figlio d’uomo, già il profeta Daniele voleva indicare un ribaltamento dei criteri di autenticità (umana e divina): un uomo o un popolo, leader, finalmente dal cuore di carne invece che di belva.
Nell’icona del “Figlio dell’uomo” gli evangelisti desiderano far trapelare e innescare il trionfo dell’umano sul disumano, la progressiva scomparsa di tutto ciò che blocca la comunicazione di vita piena.
Il Popolo che riluce in modo divino non si trova più impigliato da paure o isterismi, anzi porta al massimo tutta la sua variegata potenzialità d’amore, di effusione di vita.
«Figlio dell’uomo» - realtà possibile - è chiunque raggiunga pienezza, fioritura della capacità di essere, nell’estensione dei rapporti… entrando in sintonia con la sfera di Dio Creatore, Amante della vita.
Lo fa nelle sue variegate sfaccettature, e si fonde con Lui - diventando Uno. Creando abbondanza.
«Figlio dell’uomo» è l’uomo che si comporta sulla terra come farebbe Dio stesso, che rende presente il divino e la sua forza nella storia.
Quindi può permettersi di sostituire la cupa seriosità dell’essere pio e sottoposto, con la sapiente spensieratezza che rende tutto lieve.
«Figlio dell’uomo» raffigura il massimo dell’umano, la Persona per eccellenza - che diventa liberante invece che opprimente.
Le conseguenze sono inimmaginabili, perché ciascuno di noi in Cristo (e per i fratelli) non ha più percorsi morti da rifare.
«"Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà" (Mt 24,42). Gesù, che nel Natale è venuto tra noi e tornerà glorioso alla fine dei tempi, non si stanca di visitarci continuamente, negli eventi di ogni giorno. Ci chiede e ci avverte di attenderlo vegliando, poiché la sua venuta non può essere programmata o pronosticata, ma sarà improvvisa e imprevedibile. Solo chi è desto non è colto alla sprovvista. Che non vi succeda, Egli avverte, quel che avvenne al tempo di Noè, quando gli uomini mangiavano e bevevano spensieratamente, e furono colti impreparati dal diluvio (cfr Mt 24,37-38). Che cosa il Signore vuole farci comprendere con questo ammonimento, se non che non dobbiamo lasciarci assorbire dalle realtà e preoccupazioni materiali sino al punto da restarne irretiti?
"Vegliate dunque…". Ascoltiamo l’invito di Gesù nel Vangelo e prepariamoci a rivivere con fede il mistero della nascita del Redentore, che ha riempito l’universo di gioia; prepariamoci ad accogliere il Signore nel suo incessante venirci incontro negli eventi della vita, nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia; prepariamoci ad incontrarlo nell’ultima sua definitiva venuta. Il suo passaggio è sempre fonte di pace e, se la sofferenza, retaggio dell’umana natura, diventa talora quasi insopportabile, con l’avvento del Salvatore "la sofferenza – senza cessare di essere sofferenza – diventa nonostante tutto canto di lode" (Enc. Spe salvi, 37)».
[Papa Benedetto, omelia all’ospedale romano s. Giovanni Battista, 2 dicembre 2007]